Controsensi di primavera

pubblicato il 4 maggio 2012 da Marina Diaz

e qualche domanda retorica

Vi porto un’attimino in viaggio al nord-est della Penisola Iberica. Siamo nella capitale della Catalogna. La città di Gaudí, del mare e il sole, della sangria. Musei, monumenti, quartieri particolari e un clima temperato. La quarta meta turistica d’Europa. Quasi otto milioni di turisti l’anno scorso. Perfetta per le vacanze in famiglia o con gli amici. E poi in questa stagione. Alberi fioriti, gente per strada fino a tardi, i dehor illuminati… “Bella, Barcellona!”.

Bella, forse sì. Ma non proprio in questi giorni. Non proprio questa settimana.

In questi giorni 8.000 agenti delle forze dell’ordine blindano la città. Mossos d’esquadra (polizia regionale) e Guardia Civil (quella statale) lavorano coordinati per  ”garantire la sicurezza dei cittadini”.

“Garantire la sicurezza dei cittadini”.

Sempre in questi giorni è stato sospeso temporaneamente nelle frontiere fra la Spagna e la Francia il Convegno di Schengen che permette da 1995 un regime di libera circolazione inter-frontaliera per i cittadini della maggior parte degli stati europei. Per una settimana e per la prima volta in Spagna da che è stato formulato e approvato, 1.300 agenti della polizia nacional hanno controllato sei passi frontalieri e due aeroporti, per “evitare che la città venga presa dagli antisistema”.

“Evitare che la città venga presa dagli antisistema”.

Bene. E tutto questo, perché?

Tutto questo perché mercoledì sera ha avuto inizio, a Barcellona, il vertice del Banco Centrale Europeo (BCE). Ed è iniziato alla grande, con una cena offerta ai commensali, ossia ai presidenti delle banche centrale europee. Una buona cena, immagino.

Ma caviale e aragoste a parte. Per due giorni questi signori in giacca e cravatta hanno parlato e riempito le copertine dei giornali europei di quello che secondo loro andrebbe fatto per risolvere la situazione in cui si trova l’economia europea. L’hanno fatto circondati da un dispositivo poliziale senza precedenti che ha bloccato le principali vie della città e che è costato 500.000 euro. Mezzo milione di euro per garantire la sicurezza e proteggersi dagli “antisistema”.

Ma quanto sono utili, le etichette.  Per quelli che parlano davanti ad un microfono, per quelli che lo tengono. E (pure come giornalista)… quanto le odio. Chi sono gli “antisistema”?. E ancora, com’è nato, questo sistema? L’ha costruito un’essere superiore o ci hanno pensato esseri umani, com me e come te? Chi è che sta distruggendo quello che ha costruito dopo spremerlo al massimo? Mangiare i propri simili viene chiamato cannibalismo. Come viene chiamato divorarsi a se stesso?

 

"Il mercato si divorò a se stesso" El Roto (El País), 8/05/2010

Proviamo a non formare più parte di questo mostro. Non è facile, nessuno ha detto che lo sia. Non ci sono ricette. Ma diventerà evidente che quelli che in questi giorni, a Barcellona, erano dentro la zona blindata sono molto più pericolosi di quelli che sono stati fermati alla frontiera.

E anche che le persone più affidabili ed efficienti nella gestione delle proprie risorse siamo noi stessi. Non c’è assolutamente bisogno che qualcuno ci dica cosa o quanto dobbiamo comprare, mangiare, ipotecare, rateizzare o avere.

 

Pole-pole

pubblicato il 2 aprile 2012 da Marina Diaz

Ovvero la saggezza infinita contenuta nel dire Pazienza…

 

Le parole arrivano col contagocce. Faccio fatica a scrivere, per me e per gli altri. Non riesco a leggere più di cinque pagine di un libro leggero. Un film è troppo lungo. Davanti ad un foglio in bianco le frasi non scorrono come prima. Ho anche provato con la mia stilografica favorita, ma niente. Tabula rasa su due delle attività che prima svolgevo con più piacere: scrivere e leggere.

È normale che tu ti lamenti, è stato un forte colpo.

Un forte colpo fisico e psicologico. Ma non voglio lamentarmi, non mi serve. Penso a quello che posso fare in una situazione del genere. Parlare, ascoltare, fare. Ed è così come nel mio quotidiano, più in là delle attività che mi aiutano nella riabilitazione fisica, la mia mente si riempie di storie. Storie di vita raccontate a puntate in soggiorno, in mensa e nelle camere dell’Unità Spinale dove sono tuttora ricoverata. Storie di quelle che non si dimenticano. Ed è così come sto imparando a lavorare la maglia e l’uncinetto. Faccio un capellino, poi una sciarpa.

Sono passati quasi cinque mesi dall’incidente. È troppo poco.

Poco o molto che sia, non mi rimane che stare calma. Calma. Pole-pole, mi aveva detto una persona importante un po’ di anni fa. Lui era appena tornato da quattro mesi in Kenya. Io avevo fretta per qualcosa, non ricordo assolutamente per cosa. Il fatto è che la saggezza africana concentra –di nuovo- in due parole gemelle unite da un trattino un concetto di vitale importanza. Un concetto che va leggermente più in là del nostro Piano piano. E cioè: non c’è fretta. Non c’è mai fretta. La fretta non dovrebbe esistere. Lungo questi anni ho provato ad applicarlo e ci ho riflettuto parecchie volte, ma vi assicuro che non l’ho mai fatto con la stessa intensità con cui lo devo fare e lo faccio adesso.

Adesso devi pensare al tuo corpo, Marina.

Marina ci pensa, certo che ci pensa! Ma il mio corpo va piano. Ho ripreso a camminare ma per ora cammino lentissima e con uno stile più che migliorabile. Le terminazioni nervose non sono tornate tutte e ci sono ancora parecchie questioni da risolvere. Ne scrivo con fatica, ma consapevole del fatto che questo momento di vita va assolutamente riflesso su un blog nato per parlare dei miei cambiamenti nel modo di vivere. Perché quest’ultimo è stato un cambiamento non cercato, ma anche di questi siamo fatti. Anzi. Dal letame nascono i fiori, cantava il poeta. E allora da quest’incidente dovrebbe nascerne una sequoia!

Ci va tempo.

Il tempo che passa piano o veloce a seconda dell’umore, del momento, della settimana, del minuto. Lo stesso tempo che, in tante altre occasioni, è un compagno che ti prende per mano. Due mesi di fermentazione per fare una toma stagionata. Dalle otto alle dieci ore per far lievitare naturalmente il pane fatto in casa con la pasta madre. Almeno tre ore di cottura per far evaporare l’acqua nella conserva di passata di pomodoro. Stesso discorso per la marmellata. Nove mesi per guardare in faccia questo bimbo che la bella coppia tanto desiderava. Se pianto un seme di zucca ad aprile, aspetto poi fino ad ottobre per mangiarla. Il brodo (insuperabile) di mia nonna… ma quanto ci metteva a farlo?

Pole-pole. Pazienza e una bella dose di ironia.

E come no; l’ironia ci circonda, basta saper leggerla. Io ho (dormito) dall’ 11 al 22 novembre.  Mentre io (dormivo) nel panorama politico italiano c’è stato cambiamento non da poco e in Spagna si è votato e il governo ha cambiato rotta –o comunque è cambiato il partito-. Una non può neanche’essere in coma tranquilla che fuori succede il tutto. L’avete visto un film intitolato Good Bye Lenin!… ?

Tic, tac.

 

*Un’infermiera che lavora qua in reparto è appena entrata in camera. Ha letto il titolo di questo articolo, mi ha sorriso e si è seduta sul letto, accanto a me. Lei è nata nel Congo ed è arrivata in Italia anni fa. Nel mio paese dicono Moló-moló, mi ha detto. Poi mi ha accarezzato la guancia e se n’è andata. Moló-moló. Suona proprio bene. Comunque sia… sempre di saggezza e di pazienza si parla.

 

 

 

Rinascita

pubblicato il 21 gennaio 2012 da Marina Diaz

Notte buia di novembre. 3.30 a.m. Sono i giorni dell’alluvione e lassù in montagna piove e c’è la nebbia fitta. Niente luna, niente stelle. È la notte di un giorno mistico per alcuni, un semplice venerdì per gli altri. È la notte dell’undici undici duemilaundici. Comunque sia, la notte di una lunga giornata di lavoro in ristorante per la ragazza che verso le 3.25 a.m accende il pandino bianco e imbocca la stradina che passa a destra della chiesetta del paese. C’è soltanto 1 km fino a casa, poca cosa.

Ma stasera la ragazza non ci arriverà, a casa. A un certo punto la macchina invade il senso contrario della carreggiata e finisce in un burrone di almeno 10 metri di altezza. Fa qualche capogiro e si ferma in bilico con un altro dislivello, quasi per precipitare ancora. Il pandino rimane lì e la ragazza, in uno stato de semicoscienza, esce dalla macchina. Non ricorda né ricorderà niente, nessuno si spiega né si spiegerà come, ma esce. L’istinto di sopravvivenza nel suo stato più puro.

Passerano alcune ore. Cinque, concretamente. La natura mi cullerà. Il mio corpo raggiungerà i 29 gradi, l’affare viene tecnicamente chiamato stato di ipotermia. Si faranno le 8.30 a.m di una mattina piovosa di novembre. Il principe che abita con me si sveglierà e vedrà che non sono rientrata in casa dopo il lavoro. Prenderà la bici e rifarà la strada indietro. Vedrà il pandino, e poi a me, fuori. Capirà in fretta che mi son fatta male, molto male.

I rinforzi non si fanno aspettare. Le sirene svegliano tutto il paese.

Vi risparmio una parte della storia. Quella fatta di ospedali, interventi chirurgici, coma farmacologico, tubi, morfina, altre droghe necessarie, sonno forzato. Demoni in forma di dolore. Conosco questo demone da vicino; ci lotto, ci parlo, quasi quasi mi abbatte. Ma non può, perché ci sono anche angeli. Angeli vicini vestiti di dottori ed infermieri. Angeli un po’ più lontani che si avvicinano all’ospedale e danno un’indispensabile supporto al principe. Angeli ancora più lontani che mandano pensieri ed energie capaci di attraversare la Francia e anche le Alpi ed arrivare in ospedale. Angeli che appena mi conoscono e scrivono un “Marina, ti aspettiamo”, in un momento per me cruciale, su un buon giornale online.

Il forzato letargo dura 17 giorni.

Dopo, rinasco. Apro gli occhi e rinasco.

Ci ho messo parecchi parrafi (e parecchio tempo…) per mettervi in situazione, ma in realtà è proprio di questo che volevo parlarvi. Della rinascita. Della mia, e della vostra. Della capacità che abbiamo -tutti noi- di ricominciare da capo. Io sto reimparando a fare le cose che avevo imparato quando ero così piccola che appena mi ricordo. E ce la faccio. Ma fra queste mura dell’Unità Spinale dove mi trovo adesso, ci sono delle persone per chi reimparare tutti i movimenti e quindi recuperare l’autonomia diventa una sfida, a volte un desiderio impossibile. Così, mi guardo intorno e rivaluto la possibilità  – e secondo me quasi il dovere…- di cercare nuove strade, dentro e fuori di noi, per riuscire ad eliminare le incoerenze cambiando le abitudini prese tanto tempo fa, frutto di una educazione ed una cultura schiave del sistema. Di un numero esagerato di consumi e di un tipo di vita ormai con una visione planetaria chiaramente insostenibile.

Mi sento più forte che mai. Sono rinata ancora più convinta del bisogno di stravolgere quello che vedo intorno a me e non mi piace. Ci va ancora un po’ di tempo per realizzare completamente la vita che desidero, ma intanto faccio maturare le idee, imparo, preparo, scrivo, communico.

Buona rinascita a tutti.

 

Legna

pubblicato il 2 novembre 2011 da Marina Diaz

Legna. Legna da ardere. Il più antico combustibile utilizzato dall’uomo per il riscaldamento delle abitazioni e la cottura dei cibi. Caldo di stufa a legna. Zuppe cotte sulla stufa. Boschi pieni di legna. Cassette di legno per accendere la legna. Semplicità ed efficenza nella progettazione di stufe che durano decenni. Tecnologia di ghisa, refrattario e ceramica; a volte da soli, a volte combinati.

Multipla scelta di strutture per riscaldarsi e riscaldare a legna. Il romanticismo del caminetto, la storia del putagè, la versatilità della termocucina e la praticità della stufa. Dopo la scelta e l’acquisto (seconda mano, seconda mano) il montaggio dei tubi, le prime prove… e via, si accende.

Legno di alberi diversi che danno legna diversa. Il rovere, l’olmo e gli alberi da frutto, tutti ottimi come legna da ardere perché essendo molto compatti bruciano lentamente. Il castagno, con un alto potere calorifero se ben stagionato. La betulla, ottima nella fase di accensione perché brucia in fretta. Il noce, con un legno molto pregiato che non solo brucia lentamente ma emana anche un’aroma intenso. Parliamo di alberi, sì. Ma anche di equilibrio. Del bosco e nostro.

Gente che lavora la legna. Gente che vende la legna. Quelli che della legna, ne vivono. Nipoti sul trattore che guida il padre e che aveva comperato il nonno. Tutti dietro al ciclo del bosco. Conoscitori degli alberi e le stagioni. Attivi d’estate e pazienti d’inverno. Pescatori in un mare di fusti.

Altra gente che, invece, preferisce procurarsi la legna da sé nel tempo libero a disposizione. Quelli che la cercano, la caricano, la tagliano, la spaccano. Bel lavoretto, va. Poi, il riposo del guerriero. Le mani sporche, le braccia stanche… ma questo sì, il riscaldamento invernale accatastato in cantina. E la sensazione che procurarsi la legna è riscaldarsi due volte.

Chi ne vive, chi se la prepara, chi la usa. In ogni caso, un’adattamento alla natura da parte dall’essere umano, e non all’inversa. Questa è la cosa importante. Legna da ardere non come moda, ma come necessità. L’uso dell’unica fonte totalmente rinnovabile esistente in natura. La combustione del legno -se bruciato correttamente- emette la stessa quantità di anidride carbonica assorbita dalla pianta per vivere e crescere. E quindi non fa aumentare l’anidride carbonica dell’atmosfera. Favorisce anche la cura ed il mantenimento dei boschi. Costa molto meno degli altri sistemi di riscaldamento.

Poca manipolazione della materia prima, nessuna parte elettronica nella stufa, nessun ammonto invernale per riscaldamento sulle bollette di luce o gas. E soprattutto un calore… un calore più caldo, non so come dire.

Ricordi sparsi. In una casa di colonie in montagna, un professore rilassato racconta una storia a voce bassa ad un gruppo di bambini seduti in una grossa stanza con un camino acceso. La storia sta arrivando alla fine, tutti guardano il professore e ascoltano attenti. Tutti tranne una bambina. Si è distratta con la fiamma, è rimasta ipnotizzata dal fuoco, e discretamente si avvicina al caminetto. Si siede davanti, per terra. Non può spostare la vista dalla legna che arde. E il cane della casa di colonie, enorme, vecchio e saggio le appoggia la testa sul ginocchio. Lo accarezza. Lo accarezzo.

Oggi la montagna è un’altra, il cane è un’altro, tutti quei bambini sono cresciuti e il professore è andato in pensione. Il potere ipnotico della legna che arde, però, rimane inalterato.

 

Il mondo è delle formiche

pubblicato il 20 ottobre 2011 da Marina Diaz

… e le formiche siamo noi!

 

Nel film spagnolo Los lunes al sol (Fernando León de Aranoa, 2002) uno dei protagonisti, disoccupato che passa i suoi lunedì sdraiato al sole con altri tre ex colleghi disoccupati,  racconta una favola a sua figlia per farla addormentare. Una favola di Esopo.

La favola è intitolata La cigala y la hormiga. La cicala e la formica. Sicuramente la conoscete: la cicala trascorse la sua estate a godersi il caldo senza pensare all’inverno, mentre la formica si mise da parte le provviste nella sua calda casina sotto terra. Quando arrivò l’inverno, la formica ebbe di cui nutrirsi e la cicala cominciò a sentirsi morire della fame, perciò andò dalla formica a chiederle se poteva darle qualcosa da mangiare. La formica le disse: «io ho lavorato duramente per ottenere questo e tu che cosa hai fatto durante l’estate?» «Ho cantato» rispose la cicala. La formica esclamò: «Allora adesso balla!».

Fonte: www.MundosPeques.net

La morale della favola, facciamo che dedurla noi. Anzi, la mia intenzione con il paragone è andare un po’ più in là della morale della favola…

Anche qua si avvicina l’inverno. Per le formiche, soltanto quello meteorologico. Per noi, un inverno freddo a molti livelli. Le formiche rischiano di rimanere senza cibo, e provvedono. Noi rischiamo seriamente di rimanere senza risorse e… provvediamo? O cantiamo? Loro accumulano beni (commestibili). A noi conviene accumulare invece saperi e modi di fare, e metterli in pratica.

Lasciando da parte queste piccole differenze, ci sono parecchie somiglianze fra noi e le formiche. Quelle più importanti sono due: il numero e la tenacia. Siamo in tanti, e se ci lo proponiamo possiamo essere molto tenaci. Non perdiamo il tempo allora nella contemplazione di quello che non è andato come desideravamo. Non facciamoci ingannare. Tanto lo sappiamo, il predatore è furbo. Cercherà di distrarci, si camufferà nel contesto, ci offrirà il giocatolo desiderato ad ogni momento.

Ma abbandoniamo le metafore. Questo sistema economico, politico e sociale che oggi crepa e ci fa scendere rabbiosi in piazza è complesso e tremendamente adattabile.

La stessa multinazionale che vende mobili incomprensibilmente economici (se prendiamo conto che i pezzi per fabbricarli hanno viaggiato mezzo mondo) e che contribuisce alla precarietà pagando stipendi vergognosi ai suoi dipendenti (anche quelli, distribuiti in mezzo mondo) offre un buono-spesa di 10 euro a chi porta le coperte nei loro negozi per far passare un inverno meno freddo a chi dorme nelle strade delle città (in questo caso, soltanto quelle della nostra parte di mondo).

Alcune banche che con una mano impiegano una percentuale dei loro guadagni a progetti sociali finanziano con l’altra l’industria armamentistica.

Il dilemma dell'onnivoro, Michael Pollan

L’industria dei prodotti biologici è, a giorno d’oggi, un’industria. E come tale opera con gli stessi meccanismi dell’altra: provando ad ottenere i massimi benefici con le minime spese. Una buona riflessione su questo argomento la trovate sul libro Il dilemma dell’onnivoro, di Michael Pollan.

Le reti sociali sono, sì, uno strumento utile ed istantaneo per sapere cosa sta accadendo in questo momento nel posto più remoto del mondo e mettono anche in contatto persone fisicamente lontane, ma servono (direi soprattutto) a farci diventare dei numeri. Potenziali clienti. Perché non c’è niente che sia gratuito, perché quando qualcosa non si paga, significa che il prodotto sei tu.

Il cellulare che ormai tutti usiamo è una fabbrica di soldi per poche compagnie di telecomunicazioni che da parecchi anni hanno un’aumento esponenziale dei guadagni e che ormai stabiliscono prezzi, usi e consumi dei servizi.

La rete wireless che sto usando perché questo testo vi arrivi consuma parecchia energia e mi sta, molto probabilmente e a lungo termine, facendo del male.

"Non dimenticarvi di spegnere il wi-fi di notte". Intervista ad Agustín Bocos, avvocato ambientalista.

C’è da impazzire. E questi sono solo alcuni –pochissimi- esempi dell’ironica doppia faccia di un sistema basato sull’economia, dove TUTTO ha un prezzo.

La mia idea è che più che protestare, dobbiamo dimostrare al sistema che ne abbiamo molto meno bisogno di quello che stiamo finora dimostrando. E visto che non amo gli estremismi, la mia premessa è far circolare meno soldi. E, naturalmente, cercare di capire a chi stiamo dando quelli che facciamo circolare. Spostarci di meno, parlare meno al cellulare, lavorare di meno, ambire meno cose, sprecare di meno, usare meno internet, spendere di meno in tutto quello che possiamo autoprodurci –commestibile e non.

A mio avviso la protesta è come un fiore che dura un giorno. Utile e bello, ma breve e sporadico. Facciamo che le manifestazioni non siano un’evento mediatico che poi diventa facilmente stigmatizzato e ridotto a etichette, nomi, immagini, parole, polemica. Manifestiamoci tutti i giorni nella nostra vita quotidiana. In silenzio. Con tenacia, coraggio e spirito critico.  Occorre valutare le persone per quello che sono e non per quello che hanno. Mettersi in discussione tutti i giorni. Diventare, insomma, persone migliori in termini di umanità. Il mondo è delle formiche; il mondo è nostro.

(respiro)

A proposito di migliorarsi. Come al solito cercando un’altra cosa, l’altro ieri ho ritrovato un brano che avevo trascritto da un libro tempo fa. Siamo nel deserto australiano, l’autrice chiacchera con una tribù di aborigeni incontrata lungo il suo viaggio e con cui convive per alcuni giorni.

Quando gli parlai delle feste di compleanno, mi ascoltarono attentamente. Raccontai della torta, delle canzoni, dei regali e persino della nuova candela che si incorpora ogni anno.

Perché lo fate? –mi chiesero-. Per noi un festeggiamento significa qualcosa di speciale. Ma non c’è niente di speciale nel diventare anziano. Non comporta nessuno sforzo. Succede, semplicemente.

-  Ma se non festeggiate che diventate anziani –dissi io- che cosa festeggiate?

Che diventiamo migliori –fu la risposta-. Lo festeggiamo se quest’anno siamo persone migliori e più sagge dell’anno scorso. Soltanto uno stesso può saperlo, e quindi devi essere te chi deve dire agli altri quando è arrivato il momento di festeggiare.

Bene, bene –pensai-, questo è qualcosa di importante che devo ricordare…

Tratto da Las voces del desierto, Marlo Morgan.

 

Il caso fa che abbia ricuperato questo brano proprio in questi giorni. E il caso, a volte, va ascoltato. È per questo che oggi –giorno segnalato nel mio particolare calendario- trascorrerò la mia giornata nello stesso modo e con gli stessi obiettivi con cui l’ho trascorsa ieri e con cui la trascorrerò domani. Cercando che la mia ormetta sia il più arricchente possibile su questo pianeta. E non in termini economici.

 

 

Il mantra dei tavoli

pubblicato il 14 ottobre 2011 da Marina Diaz

… o come trovare la magia nelle azioni apparentemente routinarie…

 

Ha detto “terapeutico”. Terapeutico?! Mi sono subito venuti in mente come lampi i miei ultimi weekend lavorativi. È da un mese che per via dei funghi il ristorante dove lavoro si riempie. E non mi lamento. Le ore passano sicuramente più in fretta e anche se certamente stancante, è anche vero che non mi annoio e che facendo la cameriera ho a che fare con due passioni: le persone ed il cibo. Ma… terapeutico?

E invece quel signore con cui ho chiaccherato due minuti l’altra sera mentre lo servivo al tavolo mi ha detto che lui aveva fatto il cameriere per anni e che l’aveva sempre trovato un mestiere terapeutico. Peccato che quando stava per raccontarmi il perché ho dovuto correre a fare i caffè di un tavolone, e lui non l’ho più incrociato.

Bene. Ma io, nella mia strada di cambiamento in cerca della logica e coerenza nelle mie azioni questo “perché” lo voglio trovare. Ripenso ad una giornata tipo di questa mia attività lavorativa in ristorante. Domenica mattina, preparazione del servizio di pranzo. Lavare per terra, piegare i tovaglioli mentre aspetto che il pavimento asciughi, grattugiare il parmigiano e fare le formaggiere, preparare il caffè da macinare nella macchina, tagliare il pane e disporlo negli appositi cestini, ripassare le posate con l’aceto, controllare che i bicchieri siano brillanti, leggere il menù per sapere bene i piatti da servire… e poi la mia attività favorita: apparecchiare i tavoli. Vestirli con cura e simmetria. Tovaglia, coprimacchia, tovagliolo, bicchieri e posate.

Siamo pronti. Alla mezza si alza il telone e scatta la rivoluzione in sala.

Più o meno silenziosa a seconda dei clienti, ma sempre rivoluzione è. I tavoli, pazienti spettatori -oramai ben vestiti- che prima hanno visto come piano piano ogni cosa prende il suo posto, saranno occupati dai commensali e di tutti quegli elementi che li faranno godere del piacere del cibo. Noi camerieri accoglieremo sorridenti i clienti, li faremo accomodare, prenderemo loro l’ordinazione e li serviremo. Ci sarà da concentrarsi per non sbagliare, da essere gentili con tutti, da fare assaggiare il vino e servirlo, da correre in cucina e da ricordarsi che lì in fondo qualcuno vuole un salino (e lo vuole subito).

Come in una sinfonia di Beethoven, dopo l’allegro vivace ritornerà l’allegro ma non troppo, e dopo i caffè, gli amari e le chiacchere, il ristorante si svuoterà. Ci sarà allora da lasciare di nuovo i tavoli nudi, lavare tutto e rifare gli stessi movimenti per il servizio di cena.

Questa successione di attività apparentemente routinarie diventano un mantra. In questo caso fatto di atti e non di parole, ma comunque un ciclo che si ripete più volte e che tiene il respiro solo nei momenti in cui il ristorante è vuoto. Solo allora, i tavoli dormono. A pensarlo così, la faccenda diventa pure rilassante.

È vero, il signore aveva ragione. Questo mestiere ha qualcosa di curativo, di terapeutico.

Riscopro ancora una volta l’onnipresenza della magia. E vedendo quanto fa bene, vi invito a ripensare a tutti gli atti del vostro quotidiano, soprattutto quelli che vi risultano più noiosi e banali e provare a considerarli come parti imprescindibili di un’insieme orchestrato e magico. Serve solo spostarsi e cambiare sedia (o punto di vista, se usciamo dalla logica del ristorante).

 

Si è seduta accanto a me

pubblicato il 20 settembre 2011 da Marina Diaz

 

Si è seduta accanto a me, nel tavolo più vicino di questo bar anonimo della principale stazione di Torino. Si è seduta lì e dopo averla osservata attentamente facendo finta di niente le ho chiesto se avrebbe gradito una brioche per accompagnare il bicchiere di latte caldo che beveva con piacere.

Mi ha risposto con un educato e deciso “No, grazie” .

E poi ha finito il bicchiere di latte caldo raschiando il fondo insistentemente col cucchiaino. Lo stesso cucchiaino che aveva pulito quasi ossessivamente prima di usare, sfregandolo avanti e indietro con un tovagliolo di carta che ha preso sul tavolo. Questa infatti è la prima cosa che ha fatto quando si è seduta accanto a me, col bicchiere di latte caldo preso con tutte due le mani.

Ma perché mi ha detto di no?

I capelli lunghi e bianchi formano un dread unico. Il naso potrebbe essere quello della strega che tutti, da bambini, abbiamo visto nei cartoni animati. Ha le guance piene di piccoli e divertenti nei rossi, gli occhi ben truccati e un piccolo puntino nero tatuato sul dorso della mano destra.

Magari aveva già mangiato prima e non aveva più fame, soltanto voglia di un bicchiere di latte caldo.

Ma sono le unghie quello che mi attira di più l’attenzione. Sono lunghe, tagliate con cura e magnificamente dipinte di un colore rosso vivace. Mi chiedo se la manicure l’ha fatta lei, o una sua amica. Una sua amica. Ma può avere dei veri amici una persona che vive per strada? Sì, suppongo di sì, ma per forza un tipo d’amicizia molto diverso da quello che io conosco.

Forse si vergogna di ricevere elemosina da una persona più giovane di lei.

Vive per strada, di questo ne sono sicura. Lo so per come veste, per come si muove, per la quantità di borse e sacchetti che ha appoggiato sul tavolo prima di accomodarsi. Mi dispiace.

O forse, semplicemente, si chiede come mai ho chiesto a lei se vuole una brioche e non al ragazzo che legge all’altro tavolo del bar. Uno studente, probabilmente.

No, non avrei mai chiesto a quel ragazzo se gradiva qualcosa da mangiare. Non mi sarebbe nemmeno passato in mente. Ma perché? Ecco. Mi rendo conto che pur considerandomi aperta verso tutte le persone indifferentemente dalla provenienza geografica e sociale soffro di uno dei mali più comuni in questa strana società che abbiamo costruito: I PREGIUDIZI.

Signora, Le offro una brioche perché così a vederla Lei mi sembra in difficoltà e io –che ho la moneta nel portamonete- posso aiutarla.

Si è seduta accanto a me ed io ho costruito un castello nell’aria con dentro la storia di una vita di privazioni senza nemmeno la moneta per accompagnare un bicchiere di latte con un boccone. Ho solo inventato una storia che non so (e non saprò) se è vera o meno.

Ma non importa se è vera o no. La signora dalle unghie magnificamente dipinte di un colore rosso vivace prende un bicchiere di latte caldo e si siede con calma al bar della stazione con le sue borse a veder passare la gente. Non ha bisogno di nient’altro per passare il pomeriggio. Probabilmente domani farà la stessa cosa. E va benissimo, perché quella che deve CAMBIARE sono io, mica lei.

E magari se domani, invece di una brioche le offrissi due parole accetterebbe ben volentieri.

 

Le cassette di legno

pubblicato il 12 settembre 2011 da Marina Diaz

Da un certo punto di vista, sono un semplice prodotto industriale. Costruite in massa e probabilmente in catena fordiana da un’azienda specializzata, ammucchiate nella forma che si sia studiata più conveniente e poi distribuite lungo un’ampio raggio di clienti che a sua volta –dopo riempirle con il loro prodotto- le faranno viaggiare ancora per un po’ di chilometri prima di arrivare, finalmente, al destinatario finale. Al mercato o supermercato, al TIR, in negozio.

E generalmente non hanno un’uso ulteriore a quello del trasporto. Dopo essere state piene di frutta, verdura e tanti altri prodotti vengono buttate e, nel migliore dei casi, riciclate per diventare trucioli.

Ma le cassette di legno possono essere molto di più. Ho deciso di dedicare questo scritto a queste anonime cassette perché pochi giorni fa mi sono ritrovata a chiedere alla cassiera di un supermercato se potevo passare dalla parte dietro dello stabilimento e recarmi lì dove buttano le cassette ingombranti per prenderne alcune e portarmele a casa. Mi ha detto di sì alzando la vista e guardandomi un’attimo con curiosità, ma senza chiedermi a cosa mi servivano.

Proprio perché lei (giustamente direi, vista la coda di persone impazienti che aspettavano per pagare) non mi ha chiesto niente, io sono rimasta con la voglia di raccontarglielo. Infatti, ero molto contenta di questo ricupero. Innanzitutto perché il fatto di dare una seconda vita agli oggetti mi rende solitamente di buon umore. Ma soprattutto perché le cassette mi sarebbero servite a cose molto arricchenti.

Nei boschi, nelle montagne, molti animali usano i mesi d’estate per prepararsi per l’inverno. A guardarla così, quella calda è una stagione molto utile. I frutti maturano, gli ortaggi crescono esuberanti e sia i boschi che l’orto offrono molto di più di quello che serve a breve termine.

Sembrano di esigere la conservazione, l’accumulo, la preparazione per i mesi successivi. In alta montagna le marmotte –un’essere affascinante, a mio avviso- eseguono alla grande. Durante i mesi precedenti al letargo, accumulano le riserve (di grasso, in questo caso) sufficienti per passare i quattro o cinque mesi sotto terra. Interessante strategia di adattamento.

Anch’io, pur non essendo una marmotta e senza una tana sotto terra, ho deciso di eseguire. In casa abbiamo raccolto le meline e le pere di alberi sperduti i cui frutti sembra che non interessano a nessuno, le abbiamo messe in cassette di legno separate e poi abbiamo fatto la marmellata di meline e cannella e quella di pere e cacao.

Abbiamo anche raccolto le noci e le nocciole trovate sempre in giro e adesso è da una settimana che essicano al sole nelle cassette.

Il signore che mi ha venduto i pomodori di San Marzano per fare la mia prima conserva di passata di pomodoro mi ha spiegato con dettaglio come la faceva sua mamma, mentre mi aiutava a caricare le cassette di legno con i pomodori in macchina.

E ancora: i pomodori da insalata, gli zucchini, i fagioli, i fagiolini, le cipolle e tanti altri ortaggi sono stati trasportati dall’orto a casa non direste mai come… con le cassette di legno!

Una volta riusate come spiegato, le gentili cassette rimarranno in cantina finché arriverà il momento di accendere la stufa a legna. Una volta il freddo si accanisca noi accenderemo, e le cassette verranno distrutte una a una con i piedi man mano che serviranno. I pezzi risultanti saranno molto utili per accendere il fuoco senza alcun altro prodotto aparte la carta di giornale. Senza diavolina e senza sporcare troppo i tubi della stufa.

E così, il cerchio si chiude. Raccolta, conservazione, ordine, messa a posto e riscaldamento. Ecco le cassette di legno, testimoni della mia preparazione per l’inverno.

 

(vacanze) e distanze

pubblicato il 22 agosto 2011 da Marina Diaz

Se scrivo che le (vacanze) non mi piacciono rischio non solo che voi la smettiate immediatamente di leggere questo post, ma anche di passare per una snob sgradita, negativa e lamentosa. Eppure è vero. Penso che le vacanze, almeno come concetto, vanno riformulate. E visto che voglio scrivere su questo ma voglio anche che voi finiate l’articolo, userò la tecnica della serpente, e cioè, farò un giro di parole e argomenti per dire la stessa cosa ma in un’altra forma. Dovete, però, avere la pazienza di arrivare fino alla fine del testo, perché in genere le serpenti sono lunghe e fanno un po’ di giri prima di arrivare a destinazione.

Quest’anno ho trascorso le mie (vacanze) in città. Potrei dire a casa, comunque nella città dove sono nata e cresciuta, e quindi tra le persone che, difatti, sono casa mia. Ho fatto quindi all’incontrario di un gran numero di persone, che scappano dalla città per passare un mesetto al mare, o in montagna.

Dialoghi con amici, genitori, conoscenti. Parole sparse sentite in giro. Luoghi comuni. Spiaggie affollate in cui vado solo di sera (io, il sole e le masse non siamo tanto amici). E poi un libro. Anzi, un tipo. Giornalista. Un genio. Tiziano Terzani. Un indovino mi disse. Per esempio. Dialoghi e letture. E poi tanti pensieri. L’idea della vacanza legata al turismo come invento contemporaneo. L’aereo, troppo veloce. Tutte cose che erano sparse dentro di me e che quest’estate, dopo incastrare i pezzi del puzzle, hanno trovato un senso.

Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell’esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di distanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo.

Tiziano Terzani, da Un indovino mi disse

C’è per forza qualcosa di strano nell’aspettare per 11 mesi di Vita Normale un  mese di (vacanze) per prendere l’aereo e partire lontano. Anche per abbandonare casa nostra e cercarne un’altra, magari più vicino al mare o alla montagna. Pretendiamo staccarci dalla Vita Normale perché questa diventa sinonimo di obblighi, compromessi, formalità, sveglia, magari anche cemento, rumori, fretta. Maledetta fretta. Aspettiamo le (vacanze) tra parentesi, frenando un desiderio travolgente e quotidiano di scappare dalla Vita Normale.

E se invece facessimo uscire le vacanze dal parentesi? E ci mettessimo pure la maiuscola, Vacanze? Vacanze al posto della (vita normale).  Sì, ovvio. E questa magari è la clue di questo articolo: Con qualche cambiamento di abitudini. Tutto non si può, anche perché per anni abbiamo agito come società nel “tutto si può” e boh, non bisogna neanche commentare come sta andando…

Vacanze al posto della (vita normale), con meno ore di lavoro e più tempo per noi, trovando le soddisfazioni nel nostro intorno, conoscendo meglio le persone che conosciamo già e presentandoci a quelle che non conosciamo ancora. Avvicinandoci alle realtà delle persone che sono arrivate da lontano ma non proprio per fare turismo. Con meno spostamenti e viaggi, meno soldi, meno capricci per noi e i nostri figli, meno necessità indotte e non reali. Non è facile, io scrivo scrivo ma eccomi qua ad abitare a mille chilometri da casa e decidere di andarci in vacanza -niente aereo, però.

Ma ci rifletto, perché con un pizzico delle cose elencate prima, potremmo fare la Vacanza più lunga e arricchente che abbiamo mai immaginato. Lunga come la propria vita. E a costo zero.

 

Elogio alla sobrietà

pubblicato il 18 luglio 2011 da Marina Diaz

Il 18 Luglio del 1936 è stato il giorno del Alzamiento Nacional, che ha dato inizio alla Guerra Civil Española. Sono passati 75 anni. È stata studiata da tutti gli angoli e non è un’analisi storico quello che pretendo di fare.

Soltanto una riflessione. Oggi parliamo di crisi, di carestia, di mancanza di futuro per i giovani. Ci lamentiamo di non poter pagare un mutuo, di un lavoro poco stabile, del rincaro del carburante. Ed è giusto, certamente non è un momento facile. Ma sarebbe molto utile parlare con gli anziani e confrontarci con la loro storia. Probabilmente darebbe un tocco di relativismo al tutto. 

I miei nonni hanno fatto la guerra. Le mie nonne li hanno aspettato in casa, senza sapere del certo che sarebbero tornati. Sono tornati entrambi, ma cambiati. La vita ha continuato, ma ci sono cose che non si dimenticano, pratiche di austerità che si sono portati dietro lungo tutta la sua vita. Parliamo con gli anziani, facciamoci raccontare. Anche se guardandomi intorno mi viene uno scetticismo allarmante, nel fondo vorrei credere che si può imparare dalla storia.. però bisogna per forza conoscerla da quelli che la hanno fatto e ricordarsela.

I miei nonni avevano poche cose in casa. Ed è proprio di questo che tratta questo testo che scrivo oggi. Da un periodo a sta parte, sono ogni volta più convinta che il cambiamento comincia da dentro. Allora, secondo la mia logica, in ordine crescente c’è: dentro (la mente, il corpo), il primo contesto (la stanza, l’appartamento, la tenda, la roulotte, la casa), i dintorni dello spazio in cui si abita (la città, la campagna, la montagna, il “mareaduepassi”, l’iglù) e poi tutto il resto, man mano che ingrandiamo il circolo fino arrivare a parole grosse, costellazioni, universi. Ma qua mi perdo.

Il cambiamento comincia, quindi, dalla psique. Essendo consapevole che posso parlarvi solo di me, vi dirò che il mio cambiamento è sempre work in progress, e in realtà mi auguro che non finisca mai perché è un’apprendimento continuo. Un bel modo di mettersi alla prova. E durante il percorso, una delle cose che mi sta aiutando di più è semplificare l’intorno. E quindi, concretamente cosa sto provando a fare?

Non accumulare cose materiali, avere solo gli oggetti necessari, i mobili indispensabili, la tecnologia indispensabile, i quadri indispensabili, i detersivi indispensabili.

Non accumulare cultura, va bene i libri da leggere o quelli da custodire come tesori, ma non di più. I libri devono girare, non è giusto farli prendere polvere! E per i film serve lo stesso discorso. Perché devo tenere tutti i film che ho già visto? Magari qualcuno lo rivedrò, ma gli altri… a cosa mi servono? Per la musica il discorso è più difficile, riascoltare i pezzi e quindi tenere i CD, le cassette o i dischi, allora, diventa necessario. Anche se pure la musica dovrebbe girare… girare e poi tornare, quando non ti l’aspetti.

Bella sobrietà, quella del papavero rosso

Non accumulare cibo. Essere consapevoli di quello di cui abbiamo bisogno, quello che consumiamo ogni un lasso di tempo e non avere di più. Non buttare il cibo! Tutto può essere riciclato in un nuovo piatto, dai frighi quasi vuoti vengono fuori delle prelibatezze da concorso culinario!

Non accumulare luce; non esagerare con il gas né con l’acqua. Ci sono mille metodi per riciclare l’acqua. Quella bollente risultante di scolare la pasta lascia i piatti brillanti, con l’aggiunta di un po’ di aceto. Quella che rimane dopo fare il seitan è piena di  amido, un prodotto che le nostre nonne usavano per fare diventare bianche bianche e terse le camicie.

Non è imprescindibile fare il bagno invece della doccia, né mettere sù dieci lavatrici alla settimana. È solo una questione di abitudine. Mi sono resa conto che siamo abituati a molte cose che in realtà non sono necessarie, e che in realtà ci fanno spendere e possono anche essere controproducenti, come per esempio lavare i capelli tutti i giorni o usare dell’acqua troppo calda per fare la doccia. Sono piccolissimi esempi, piccolissimi cambiamenti ma tutti insieme fanno tanto.

Bisogna soltanto cambiare l’ottica. Fare diventare sobrio e semplice l’intorno per diventarlo noi. Sicuramente, questo è il modo che ho trovato io per accompagnare il cambiamento interno ed esterno. Ognun@ poi trova il suo, ed è giusto che sia così. Ma visto che a me mi è andata bene leggere, vedere e ascoltare altre persone, ho pensato che era una buona idea farne un’appunto sul blog.

Leggere, ascoltare, vedere… e  un po’ di musica per ballarci sopra… (click, click e click!)