Università per la Pace della Regione Marche

pubblicato il 24 aprile 2012 da Chiara Canzi

In questi giorni ho avuto modo di conoscere il sig. Mario Busti, Presidente dell’Università per la Pace della Regione Marche, e di fare con lui una piacevole chiacchierata su questa realtà unica nel suo genere.

Da qualche anno infatti è operativa nella Regione Marche l’Università per la Pace, associazione senza precedenti in Italia, l’unica ad avere avuto come atto di impulso alla sua costituzione un atto legislativo, la legge regionale n.9 del 2002 intitolata “Attività regionali per la promozione dei diritti umani, della cultura di pace, della cooperazione allo sviluppo e della solidarietà internazionale” e precisamente dall’art.15 di questa legge che, al comma 3, ne precisa finalità e scopi:

(…)

L’associazione di cui al comma 1 svolge attività di ricerca e promozione della conoscenza e della diffusione delle tematiche relative alla promozione della cultura della pace e dei diritti umani.
A questo fine:
a) realizza un centro di documentazione collegato con le banche dati nazionali, europee ed internazionali;
b) provvede alla produzione di materiale didattico e informativo e alla divulgazione di materiale fornito dalle istituzioni nazionali e sovranazionali;
c) promuove programmi di educazione sui temi della mondialità e della pace, specialmente nell’ambito scolastico in accordo e con la collaborazione dei competenti organi scolastici al fine di sviluppare la cultura di pace e solidarietà;
d) promuove progetti e campagne nazionali di solidarietà internazionale, convegni, tavole rotonde e seminari, stage sui temi della pace;
e) sviluppa relazioni e collaborazioni con i più qualificati centri di ricerca, nonché con i movimenti e le reti associative regionali, nazionali, internazionali che operano per la pace ed i diritti umani nel mondo, e con enti locali delle Marche.

Davvero interessante non credete? E come non ravvisare nella scelta dello strumento “legge regionale” una precisa volontà istituzionale di conferire alla nuova realtà una legittimità e un valore tale da renderne da subito chiara l’importanza all’interno dell’ampia tematica dei diritti umani, della cooperazione allo sviluppo, della solidarietà internazionale e della diffusione della cultura della pace?

Voluta fortemente dalla Regione, l’Associazione Università per la Pace può contare tra i suoi soci fondatori la Regione, 7 Comuni marchigiani, 3 Università degli Studi (Università di Macerata, Università Politecnica delle Marche e Università di Urbino) e 16 associazioni di volontariato.
Anche in ragione di questi diversi contributi l’Università per la Pace delle Marche esprime una sua grande peculiarità: quella di far confluire in un’unica realtà associativa la forza di tre mondi ben distinti tra loro: quello istituzionale, con la sua stabilità e il suo potere concreto di attuazione delle scelte politiche; quello accademico con il tipico rigore del metodo scientifico e quello dell’associazionismo con la sua passione e la sua creatività.

Oggi l’Università per la Pace si trova nel pieno di una stagione di grande impegno e rinnovato sforzo per una programmazione di attività sempre più aderenti agli scopi che ne hanno portato la nascita.
Gli interventi su cui si stanno concentrando gli eventi in programma in questo periodo riguardano principalmente tre grandi aree tematiche:

  1. Riduzione per le spese degli armamenti con il sostegno alla campagna “Taglia le ali alle armi” e il coinvolgimento dei Comuni della Regione;
  2. Dialogo tra religioni con l’organizzazione, presso il Liceo Scientifico e Musicale “Guglielmo Marconi” di Pesaro, di un convegno dal titolo “Valori condivisi in un’Europa in trasformazione: ruolo delle culture e delle religioni”;
  3. Diritti umani e immigrati con l’organizzazione ad Ancona, presso la Facoltà di Agraria dell’Università Politecnica delle Marche, di un convegno di tre giorni (26-27-28 aprile p.v.) dal titolo “Diritti Umani e Immigrazione” finalizzato alla stesura di un documento condiviso di proposte concrete da inoltrare alle istituzioni.

La sfida per il prossimo futuro per l’Università per la Pace riguarda la formazione: negli incontri di programmazione delle nuove attività previsti nel breve periodo si cercherà di arrivare alla creazione di sinergie con il mondo accademico al fine di poter procedere alla stesura di un piano di formazione per mediatori culturali e operatori di pace che possano poi, alla fine del percorso formativo, portare la propria competenza direttamente sul campo.
Uno strumento dunque, quello costituito da questa particolare Università, che non vuole restare solo teorico ma estendere i benefici della propria missione anche nel concreto sia diffondendo la cultura della pace e del rispetto dei diritti umani con interventi mirati ai più giovani, nelle scuole, e alla cittadinanza in genere, sia formando personale specializzato in grado di affrontare al meglio le tante situazioni di disagio e di crisi innegabilmente presenti in ogni realtà sociale.

Vi terrò aggiornati sugli sviluppi futuri nella speranza che sempre più le istituzioni si aprano al dialogo con la cittadinanza su temi così importanti per il nostro avvenire e, per le associazioni che fossero interessate ad aderire all’Università per la Pace lascio l’indirizzo e-mail al quale rivolgersi: info.universitapace@assemblea.marche.it

 

A presto

June Haimoff

pubblicato il 30 marzo 2012 da Chiara Canzi

Oggi voglio parlarvi di una missione un po’ diversa da quelle che vi ho proposto nei precedenti interventi. Voglio parlarvi di una donna che ha speso gli ultimi 30 anni della la sua vita a difesa dell’ambiente e della tartaruga caretta caretta: June Haimoff.

June Haimoff

 

E’ grazie a questa donna e alla sua perseveranza se oggi a Daylan sorge un centro dedicato alla caretta caretta invece di un albergo di lusso!

Ma partiamo dall’inizio.
June Haimoff arriva in Turchia durante una crociera in barca a vela che la vede impegnata come skipper (da qui il soprannome di Kaptan June che da allora la accompagna).
Durante la navigazione rimane affascinata dalla natura che incontra e, anche se può soltanto intuire le sagome delle tartarughe che popolano quel tratto di mare, può già sentire nascere dentro di sé il principio di quell’amore che la porterà a lottare per la loro sopravvivenza e la legherà per sempre a quei luoghi.

E infatti, innamoratasi perdutamente di quei mari e di quelle spiagge, June decide di trasferirsi in Turchia e precisamente nella provincia di Mugla, a Daylan. Seguendo il desiderio di poter vedere da vicino le tartarughe ascolta i consigli della gente del posto e va a vivere in una capanna sulla spiaggia di Itzuzu. Lì, come le avevano detto i locali, avviene l’incontro che le cambierà la vita: una notte assiste al meraviglioso spettacolo di una tartaruga che depone le uova sulla spiaggia e ne rimane così incantata da ergersi a loro difensore nel momento in cui viene a sapere dei progetti di sviluppo, alberghi e strade, che dovrebbero interessare la zona.

Grazie alle sue conoscenze di ecologia June si rende conto del pericolo che corrono le tartarughe e che la distruzione del loro habitat naturale sarebbe naturale conseguenza della costruzione di nuove strutture e dell’arrivo in massa dei turisti.
Così, già nel 1984, inizia a perorare la causa delle tartarughe e solo grazie alla sua battaglia e ai contatti che saprà creare ( il direttore del WWF in Svizzera, Keith Corbett, portavoce inglese al Consiglio Europeo per le questioni ambientali che parlerà del caso a Strasburgo, Lili Venizelos che diventerà la sua più importante alleata) i progetti di costruzione verranno sospesi definitivamente nel 1988.

L’attenzione dei media giocò un ruolo fondamentale nella campagna di opposizione a quei progetti di costruzione e Daylan all’improvviso cominciò ad esistere sulle cartine. Sulle fondamenta già costruite del lussuoso albergo June e gli altri costruirono il centro di riabilitazione per le testuggini che ancora oggi continua il suo lavoro di protezione di questa incredibile specie.

Il rischio oggi è che le tartarughe diventino unicamente una risorsa da sfruttare per la zona. Grazie a loro i turisti si recano numerosi nelle spiagge della regione ma il pericolo è che tutta questa attenzione, spesso non molto rispettosa, possa disturbarle o modificarne i comportamenti. Certo è un bene che la tutela ambientale porti delle opportunità di sviluppo ma fino a che punto ambiente e turismo possono convivere?

Esemplare di caretta caretta

Il Coordinamento Solidarietà e Autosviluppo di Montemarciano (AN)

pubblicato il 12 marzo 2012 da Chiara Canzi

Logo dell'associazione

La scorsa settimana ho avuto la possibilità di approfondire la conoscenza dell’Associazione “Coordinamento Solidarietà e Autosviluppo” E. Balducci di Montemarciano, comune in provincia di Ancona.

L’incontro presso la loro sede è stato davvero piacevole e ancora una volta, in pieno accordo con lo spirito che anima questo blog, ho potuto vedere Davide all’opera contro Golia.

Nata nel 1989 questa associazione ha nel suo nome tutto ciò che la caratterizza: Coordinamento per evocare l’intento dei fondatori di coinvolgere più attori possibili, tra quelli già operanti nel sociale, allo scopo di fare qualcosa di organizzato e di concreto per sostenere le missioni e i loro missionari; Solidarietà e Autosviluppo: per delineare con precisione il genere di interventi da finanziare.

Ad oggi, in venti anni di attività, il Coordinamento, che conta attualmente una trentina di volontari, ha finanziato progetti in tantissime aree povere del mondo rispondendo a istanze concrete provenienti direttamente dai missionari in loco: costruzione di scuole, dispensari, centri salute, laboratori, dormitori, infrastrutture.
I progetti vengono scelti prevalentemente nell’area missionaria sulla base dei contatti acquisiti durante gli anni e della fiducia riposta in chi propone l’intervento da finanziare.

Con una mission precisa, una metodologia di lavoro semplice ma ben chiara, un forte coinvolgimento della propria comunità di appartenenza e un contenimento puntiglioso delle spese, il Coordinamento è riuscito negli anni a raccogliere un totale di € 566.124 e a finanziare numerosi progetti. Solo per ricordarne alcuni: una scuola elementare nel villaggio di Addis Adì in Eritrea (primo progetto finanziato); un centro di formazione agricola e artigianale per i giovani K’ekchis ad Alta Verapaz in Guatemala; un centro di salute e maternità in Kenya; una casa di accoglienza per bambini di strada a Petropolis in Brasile…

I punti di forza grazie ai quali questo gruppo di volontari riesce a fare qualcosa di concreto e tangibile per le comunità che ha deciso di appoggiare sono:

  • linee guida ben delineate che individuano nei progetti di autosviluppo e nelle adozioni a distanza i due poli principali delle attività da finanziare;
  • modalità di gestione delle risorse raccolte assolutamente trasparente e improntata ad un contenimento al minimo delle spese di gestione che permette di devolvere praticamente tutto quanto raccolto al progetto in via di finanziamento;
  • l’appoggio di una comunità che lo sostiene con fiducia e impegno. Un paio di esempi: i dipendenti comunali che si autotassano ogni mese per contribuire alle attività dell’associazione e le scuole che partecipano attivamente all’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi;
  • impegno costante alla sensibilizzazione: questo è il secondo fronte sul quale il Coordinamento opera attivamente  organizzando cicli di incontri culturali allo scopo di tenere accesa l’attenzione sui temi della solidarietà. Tra le personalità intervenute in tutti questi anni si possono ricordare, tra gli altri, Alex Zanotelli, Don Luigi Ciotti, Tina Anselmi, Leonardo Boff, Emanuelle Marie ma anche Frei Betto, Gherardo Colombo e l’ultimo, proprio in questi giorni, con p. Franco Moretti, direttore di Negrizia sul tema “Riappropriamoci dell’Etica”.

Sempre in coerenza con il profondo attaccamento alla propria comunità, da cui attinge forza e risorse, il Coordinamento partecipa con il proprio contributo, insieme a Comune, AVIS, Parrocchie del comune e Caritas, al Progetto Solidarietà Montemarciano pensato per sostenere le famiglie in difficoltà sul territorio e all’Università per la Pace, istituita con legge regionale 18 giugno 2002, n.9, al fine di promuovere la cultura della pace.

Oggi il progetto più urgente al quale i volontari si stanno dedicando è la costruzione di una scuola tecnico professionale a Rutenga, Uganda, sotto la supervisione di un giovane padre comboniano ugandese, padre Remigio, per un totale di spesa di € 16.000. Un significativo anticipo su questa cifra è già stato versato e i lavori sono iniziati anche grazie alla partecipazione della gente del villaggio (foto qui a fianco).

Quanto è stato fatto, e quanto si continua a fare, eh?

Concludo questo post lasciandovi qualche riferimento dell’associazione. L’indirizzo email al quale potete contattate il Coordinamento è: coordinamento1@virgilio.it e il codice fiscale dell’associazione, da inserire nella vostra dichiarazione dei redditi per destinare il 5×1000 è 93032560422.

E se anche voi conoscete realtà come questa da propormi non avete altro da fare che lasciare un commento con la vostra proposta e un vostro contatto… che il buon esempio sia contagioso!

Minorenni in vendita

pubblicato il 5 marzo 2012 da Chiara Canzi

“Ogni anno nel mondo un numero di persone che va da 800.000 a 2,4 milioni, composto essenzialmente da donne e bambini, è coinvolto nella tratta degli esseri umani.”

Cifre incredibili, vero?

In “Minorenni in vendita” si parla di questo: delle giovani donne, prevalentemente dell’Est, vittime della tratta e costrette a prostituirsi sulle nostre strade.

Che effetto fa sapere che il secondo paese, dopo la Spagna, a ricevere sulle proprie strade, in appartamenti chiusi, in periferie abbandonate, queste giovani vittime di 13-14-15-16 anni, è proprio il nostro?

In queste pagine non si parla di prostituzione “volontaria”, esercitata come libera scelta, ma di giovani rapite, vendute, torturate, schiavizzate, uccise… Una lettura sicuramente forte, che non può lasciare indifferenti, e che anzi lascia più volte sbigottiti per le cifre che snocciola e per le storie che racconta. Ci si chiede come sia possibile arrivare a tanto. Ci si chiede, e non trovando risposta alcuna ci si sente invasi da un profondo scoramento…

Il libro è scritto da Iana Matei, psicologa romena che da tempo si occupa di accogliere, in Romania, quante di queste giovani riescono miracolosamente a scappare ai propri aguzzini.
Donna dalla storia incredibile e dal coraggio speciale è stata la prima a creare, nel suo paese, un centro di accoglienza che si occupasse della riabilitazione di queste ragazzine, o di quello che ne restava, allo scopo di restituire loro una vita degna e una considerazione di sé che le riscattasse dalle orribili violenze che le avevano piegate fino a  spezzarle dentro. Fondatrice di una ONG – Reaching Out Romania- Iana si batte ogni giorno affinché a questo vergognoso commercio sia posta la parola fine, affinché a queste ragazze private di così tanto della loro innocenza sia riconosciuto lo status di vittime.

Iana Matei sta consacrando la sua vita a questo impegno e, da sola, è già riuscita a fare molto per rompere il muro di immobilità e omertà con cui le autorità stesse affrontavano il problema: oggi, grazie al suo esempio, il numero di centri di accoglienza governativi in tutta la Romania per le giovani vittime della tratta è salito a 23 e, anche grazie alle politiche comunitarie, le autorità iniziano ad accostarsi al problema con una consapevolezza diversa.
Un altro mirabile esempio di come si possa fare, anche da soli.

Comprando il libro contribuirete a finanziare i progetti di Iana Matei.

 

 

 

 

 

 

 

I Memory Books

pubblicato il 14 febbraio 2012 da Chiara Canzi

Oggi voglio parlarvi di un libro che ho letto proprio in questi giorni.

 

“Io muoio, ma il ricordo vive.
Un’altra battaglia contro l’Aids.”
Di Henning Mankell
Edito da Marsilio – Gli specchi Marsilio -
Prima edizione 2005

 

“Io muoio, ma il ricordo vive” è un libro indubbiamente forte e denso di significati, purtroppo ancora attuali, in cui lo sfondo è l’Africa e l’argomento principale una delle sue piaghe più dolorose: l’AIDS.

In questo libro Henning Mankell ci parla dei dati incredibili del contagio in Africa e dei Memory Books, ossia i Libri della Memoria, come strumento di formazione e informazione che molti malati di Aids in fase terminale hanno deciso di scrivere per i propri figli e nipoti nel tentativo di colmare il vuoto che presto o tardi giunge a separarli.

“ (…) I racconti sono parole. Prima le storie si tramandavano oralmente di generazione in generazione e, in molti casi, questo si fa ancora oggi. Ma chi resterà per raccontare se così tanti anelli della catena dei narratori spariscono? Che cosa possono raccontare i bambini dei loro genitori, se non possono ricordarli perché erano troppo piccoli quando loro se ne sono andati? E d’altra parte: come possono i genitori raccontare chi sono a bambini troppo piccoli per capire? I Libri della memoria sono una risposta a questi interrogativi.”

L’idea di scrivere i Memory Books viene sviluppata inizialmente nel Regno Unito. In Uganda è la Comunità Nazionale delle Donne che vivono con l’HIV/AIDS a iniziare a promuovere, nel 1998, i Memory Books. Da quel momento la Comunità ha incoraggiato e assistito centinaia di donne a trasmettere la propria storia in questo modo a figli e nipoti con il triplice scopo di:
1. Informare i figli circa le condizioni di salute dei propri genitori;
2. Mettere genitori e figli in condizione di pianificare insieme le decisioni riguardanti il futuro dei bambini;
3. Fornire un’opportunità di fissare e tramandare la storia di famiglia e i ricordi importanti per i bambini.

Il Memory Book rappresenta uno strumento molto importante di lotta alla diffusione del contagio perché le parole, con la potenza del proprio significato, sono in grado di influenzare per sempre i comportamenti dei propri destinatari e inoltre rappresentano un modo toccante, per intensità, di tenere vivo il legame tra genitori e figli troppo presto separati dalla malattia.

Perché ho deciso di parlarvi di questo libro? Un po’ perché ho scoperto un mondo del quale ignoravo l’esistenza e poi perché, ancora una volta, ho trovato una conferma all’idea che fa da punto dipartenza per questo blog, e cioò che ciascuno di noi può, portando se stesso e le proprie capacità e sensibilità, dare il proprio contributo a migliorare ciò che non va: Henning Mankell è, come noto, uno scrittore svedese di fama mondiale con il suo commissario Wallander, e con gli strumenti del suo “lavoro”, le parole, dà un contributo concreto alla lotta all’Aids sensibilizzando e informando attraverso  il racconto, attraverso storie di vita destinate a spegnersi nel silenzio generale.
Il libro, diviso in due parti, riporta nella prima l’ esperienza di Mankell in Uganda a contatto con alcune persone malate di Aids che hanno accettato di rispondere alle sue domande e che si sono rese disponibili a scrivere un Memory Book per la propria famiglia e, nella seconda, un vero e proprio Memory Book scritto da Christine Aguga per la figlia Everlyn.
Ovviamente tra le righe gli spunti di riflessione sono molteplici e non trascurabile, tra tutti, il tema dell’accessibilità ai farmaci antiretrovirali per i molti malati di Aids.

Facendo una ricerca per approfondire il tema ho trovato che ancora oggi, nonostante siano passati diversi anni dalla pubblicazione di questo libro, il tema dell’accessibilità ai farmaci è di grande attualità.
Vi invito a consultare il sito di Medici senza Frontiere  per farvi un’idea più precisa  della situazione  oggi e, inoltre, come approfondimento, vi segnalo il sito ufficiale dell’autore e quello di un paio di associazioni che continuano il progetto dei Memory Books: la Plan international e la healthlink.

“Ma lì nevica ancora???”

pubblicato il 7 febbraio 2012 da Chiara Canzi

La persona di cui voglio parlarvi questa settimana è la Professoressa Wangari Maathai scienziata, biologa, ecologista, premio Nobel per la pace 2004, fondarice del Green Belt Movement, scomparsa di recente, Settembre 2011, dopo una vita spesa per la difesa dell’ambiente.

Come non pensare a lei in questi giorni di sconvolgimenti climatici così intensi da farci sentire questa domanda “Ma nevica ancora lì???” da parenti e amici più o meno lontani impressionati quanto noi da un freddo che non sembra volerci dare tregua?

Ma veniamo a noi.
Wangari Maathai è stata la prima donna africana ad ottenere un dottorato nel 1966 presso l’Università di Pittsburg dopo aver conseguito una laurea in Scienze biologiche in Kansas nel 1964, dove era arrivata grazie ad una borsa di studio del programma “Ponte aereo Kennedy”, programma creato per premiare gli studenti africani più meritevoli.

Dal 1981 al 1987 presiede il Consiglio Nazionale delle Donne del Kenya e qui entra in contatto con la realtà di tante sue concittadine che, per il progressivo impoverimento dell’ambiente  si ritrovavano senza più nemmeno di che sfamare se stesse e i propri figli.

Proprio dai colloqui con queste donne e ascoltando le innumerevoli difficoltà della loro quotidianità, chilometri e chilometri percorsi a piedi ogni mattina per andare a prendere l’acqua, per esempio, Wangari Maathai si rende conto che riavvicinare queste donne alla loro terra, educandole ad un maggior rispetto per essa, poteva essere una soluzione ai  loro problemi.
Nel 1977 nasce  il Green Belt Movement (GBM) che opera al fianco di queste donne per mettere a dimora nuove piante che diventeranno gli alberi di domani contrastando così il progressivo impoverimento del suolo. L’adesione al progetto è incredibile e presto l’esempio viene seguito anche da altri paesi come Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe. La semplice immagine di una piantina messa a dimora diventa un messaggio di speranza per il futuro: alle donne che partecipano alle attività del GBM viene spiegato come, con quel semplice gesto, stiano lavorando concretamente per il miglioramento non solo delle proprie risorse ma dell’ambiente in generale. Dall’azione concreta all’importanza di una nuova educazione che contribuisca a creare nuove coscienze più sensibili e attente al problema ambiente il passo è breve e del resto il GBM si rende conto ben presto che occuparsi di problemi ambientali significa occuparsi anche di molte altre tematiche ad essi connesse: partecipazione attiva della cittadinanza al processo democratico e tutela dei diritti umani.

Ho deciso di parlarvi della Professoressa Maathai perché non ho potuto fare a meno di pensare a lei e al suo libro “La Religione della Terra” in questi giorni in cui il clima, e più banalmente le previsioni meteo, sono l’argomento principale dei nostri discorsi.

Mentre vi scrivo vedo ancora i cumuli di neve che nelle scorse ore si sono ammassati fuori dalle mie finestre e un cielo che non evoca di certo l’immagine della clemenza.
Da Nord a Sud la neve, il ghiaccio, il freddo ci stanno obbligando, chi più chi meno, in casa, fornendoci, magari, un’occasione per riflettere, ancora una volta, sulla forza di una natura che, quando si scatena, diventa irresistibile e in grado di farci sentire piccoli esseri in balia della sua furia. Di fronte a tutto questo sembra comune il sentirsi impreparati, stupiti, disorientati. Di cosa continuiamo a stupirci, però? Benché sempre più spesso assistiamo a scoppi di improvvisa e cieca furia da parte di un ambiente che si fa sempre più violento, passando così di emergenza in emergenza, continuiamo a fingere di non capire. Inoltre la conta dei danni, delle vittime e le mille e mille parole spese, dopo, per raccontare, descrivere, polemizzare non ci aiutano a sentire veramente il solo messaggio cui dovremmo prestare attenzione: dove andremo a finire se continueremo a trattare l’ambiente che ci circonda come una risorsa infinita da prosciugare e depredare senza rispetto alcuno? Pensiamo veramente che non dipenda da ciascuno di noi? Che la “colpa” sia sempre di qualcun altro magari potente e lontano?

Proprio nel libro che vi ho citato si mette l’accento di come siano connesse la difesa dell’ambiente con l’educazione civica e ambientale e di come non possa esserci tutela dell’ambiente senza informazione, sensibilizzazione e un’autentica presa di coscienza che il “problema” riguarda ciascuno di noi fin nelle minime esigenze del nostro quotidiano, giù giù, fino al dissetarsi, al nutrirsi, allo scaldarsi.

Ne “La Religione della Terra” la Professoressa Maathai ha condensato i principi dei condotta della propria vita e di quella del Green Belt Movement e vi invito a leggerlo per trovarvi le parole giuste a far scattare anche la vostra motivazione, le parole giuste per farvi sentire coinvolti e parti attive sia del problema che delle sue possibili soluzioni: con l’eco di quelle parole nelle orecchie vi sarà impossibile continuare a chiudere gli occhi e fingere di non fare anche voi la vostra piccola parte nel meccanismo di distruzione.

Nel 2004 Wangari Maathai è stata inisignita del Premio Nobel per la Pace e una delle motivazioni per cui l’hanno premiata è stata la sua capacità di diventare un esempio, un punto di riferimento: ancora oggi tantissime associazioni si rifanno ai suoi insegnamenti per combattere il disastro ambientale cui andiamo incontro con la nostra condotta scellerata confermando ancora una volta come la condotta di uno solo possa contagiare molti fino a diventare un esempio di rilievo mondiale.

Proprio su Il cambiamento vi segnalo in questo senso i seguenti articoli:

http://www.ilcambiamento.it/culture_cambiament/tree_nation_combattere_cambiamento_climatico_piantando_alberi.html

http://www.ilcambiamento.it/persone/felix_finkbeiner_milione_alberi_piantati.html

http://www.ilcambiamento.it/donne_cambiamento/wangari_maathai_morta.html

Inoltre vi segnalo il sito ufficiale del GBM http://www.greenbeltmovement.org/.

 

Vi lascio con una citazione di Wangari Maathai presa proprio da “La Religione della Terra”:

 

“Le domande che dobbiamo porci sono queste: saremo abbastanza lungimiranti adesso da evitare che accada il peggio, o aspetteremo fino a quando sarà troppo tardi?”

 

 

2011: l’Anno Europeo del Volontariato

pubblicato il 26 gennaio 2012 da Chiara Canzi

Se non vogliamo che le nostre speranze di costruire un mondo migliore e più sicuro restino vane, ci servirà sempre di più l’impegno dei volontari” (Kofi Annan)

Sapevate che il 2011 è stato l’Anno Europeo del Volontariato?
Io ammetto di averlo scoperto solo in questi giorni. Stavo facendo una ricerca per quantificare il “fenomeno volontariato” in Italia, nel tentativo di delineare un quadro introduttivo e generale del mondo che mi accingo a raccontare con questo blog, e mi sono imbattuta in una serie di articoli sull’Anno Europeo del Volontariato.

Proclamato con decisione del Consiglio europeo del 27 novembre 2009 su iniziativa della Commissione e con parere positivo del Parlamento, l’Anno Europeo del Volontariato è stato promosso per dare sostegno e promuovere le attività di volontariato su tutto il territorio europeo. Cifra messa a disposizione per l’intero progetto: 8.000.000 di euro.

Precisamente gli obiettivi dell’iniziativa:

  • Promuovere il volontariato tra i cittadini europei;
  • Sostenere e rafforzare le organizzazioni di volontariato europee;
  • Migliorare il riconoscimento delle attività di volontariato e delle sfide che affronta;
  • Celebrare l’impegno di milioni di volontari europei che si dedicano al supporto di persone, cause o comunità, sia all’interno dell’Unione europea sia all’estero.

Le attività possibili:

  • Scambio di esperienze e buone pratiche;
  • Realizzazione di studi e di lavori di ricerca e diffusione dei relativi risultati;
  • Conferenze ed eventi per promuovere il dibattito, sensibilizzare l’opinione pubblica all’importanza e al valore delle attività di volontariato;
  • Campagne di informazione.

Questo in sostanza l’Anno Europeo del Volontariato i cui lavori si sono conclusi il 22 gennaio scorso a Genova. E la scelta di Genova non è stata casuale ma piuttosto un modo per rendere omaggio a tutti quei volontari accorsi da ogni parte di Italia per aiutare la cittadinanza del capoluogo ligure dopo la recente alluvione.

Non sono ancora riuscita a reperire qualcosa che si avvicini ad un resoconto delle attività svolte ma non escludo di approfondire ulteriormente il discorso anche per confutare il pensiero che mi è rimasto in testa subito dopo aver letto di questa iniaztiva. Come un retrogusto amaro si è insinuato in me il pensiero che in sostanza tutta questa iniziativa, per la realizzazione della quale l’Italia ha iniziato a lavorare già dal 2007 come si legge sul sito del Ministero del Lavoro, non sia servita ad altro se non a produrre parole. Continuo a pensare: ma qualcosa di più concreto? Che impatto avrà avuto questa serie di iniziative, scambi, studi e ricerche, su tutti coloro che ogni giorno si sporcano le mani sulla strada del fare, dell’agire, dell’aiutare e che in genere non sono molto a loro agio con il mondo accademico? Certo comunicare, studiare, promuovere … chi non ne conosce l’importanza in un’era come la nostra ma… Non avete anche voi la sensazione che troppo spesso l’astratto mondo della teoria prenda il sopravvento sulle azioni concrete a discapito sia della sua credibilità che dei risultati perseguibili con investimenti mirati alle vere esigenze della cittadinanza? Gli studi, le ricerche, le conferenze non rischiano di restare strumenti utili ma interessanti solo per gli addetti del settore? Quanto di questo Anno Europeo del Volontariato è arrivato a quei singoli cittadini presso i quali si intendeva promuovere il volontariato come valore e risorsa?

Voi cosa ne pensate? C’è qualcuno di voi che per lavoro o interesse sia stato coinvolto in qualche attività legata a questa iniziativa europea? Se così fosse scrivetemi la vostra opinione per, come dire, ancorare il tutto al senso concreto di un’esperienza.

Donne che cambiano il mondo

pubblicato il 17 gennaio 2012 da Chiara Canzi

Perfettamente in linea con questo blog, e dunque assolutamente indicato ad inaugurarlo, questo bel libro di Mariangela Bonanate. Come spesso accade averlo tra le mani mentre pensavo alla veste di questo spazio è stata una fortunata coincidenza e dunque come ignorare un tal segno del destino?
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