
Primavera a Torvajanica (Foto: Claudia Bruno)
io vorrei solo, brevemente, riflettere, su come funziona il comune sentire oggi, nel dicembre 2012.
di questa donna, 34 anni, morta d’infarto sulla banchina della metro di Roma, ora parlano in molti, in molte. “la principessa di Torvajanica”, è stata soprannominata. ne scrive persino il corrispondente del quotidiano austriaco Der Standard, su L’Internazionale. “Eroina del paese reale”, “dignità da vendere”, che badava a lavoro, casa, figli e marito, che stringeva i denti ogni mattina, per chilometri, a cui non restava tempo per preoccuparsi della salute.
una di tante, di tanti. migliaia, milioni. ciao Isabella, che la terra ti sia lieve. lasciamola riposare ora, finalmente.
ci sono delle notizie che questa vicenda porta in superficie, per me. vorrei provare a dirle perché sento che è importante che non restino tra le righe della cronaca.
io a Torvajanica ci ho vissuto tutte le stagioni, anche ora abito a qualche chilometro dalla casa della mia infanzia, nello stesso comune. di principesse ne ho viste, a febbraio, quando sfilano i carri di un carnevale un po’ triste ma – a modo suo – partecipato. non posso spiegarvi adesso come, ma in mezzo a questa decadente desolazione c’è una parte importante di me. la domenica d’inverno, a passeggiare sulla spiaggia davanti all’immensità salata siamo io, qualche anima solitaria che ama il mare ‘fuori stagione’, e poi volti migranti (dall’Europa, da fuori l’Europa, dal Sud Italia). ci accomuna il fatto che stiamo da un’altra parte rispetto al centro. ancora mi stupisco di come i riflettori si accendano a comando su posti dimenticati dal mondo.
e allora la prima notizia per me è questa: la maggior parte delle cose che ‘siamo’ abituati a pensare e a dire oggi è misurata su luoghi, persone e situazioni che rappresentano una piccola percentuale di realtà, una facciata a cui ‘siamo’ molto attaccati. ‘siamo’ talmente dilaniati che quando parliamo ci dimentichiamo persino da dove veniamo, quello che vediamo tutte le mattine, quello che sentono i nostri corpi. ‘siamo’ convinti di vivere tutti dentro a Montecitorio o dentro il campionato di calcio o nei talent o di far parte dell’equipe de Le Iene. questo mi sembra già grave. invito chi legge a fare piccoli tentativi quotidiani di sentire da dove sta parlando e pensando.
poi. non mi sono mai svegliata alle 4 per andare al lavoro, ma ho fatto la pendolare per un bel po’ e conosco persone che lo fanno da dieci, quindici, vent’anni, di più. molti si svegliano alle 4 ogni mattina perché il percorso quotidiano che devono affrontare è bello lungo. tanti ci rimettono in salute. per chi non sa di che parliamo, farlo significa aggiungere almeno 3 o 4 ore di tempo alla durata della giornata lavorativa. in condizioni disumane.
la seconda notizia allora per me è che lo stato dei trasporti locali oggi può uccidere, senza metafore, mentre si continua a investire in treni ad alta velocità.
la terza notizia per me è che “non avere il tempo per pensare alla salute” è considerato necessario per sopravvivere. (include percorrere centinaia di chilometri per arrivare a lavoro ogni giorno). scritta così può sembrare un controsenso, eppure è quello in cui stiamo credendo. questo si chiama ricatto occupazionale e a quanto pare non riguarda solo gli operai dell’Ilva di Taranto.
la quarta notizia per me, e affatto ultima in termini di importanza, è che l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro non è coincisa con un miglioramento della qualità della vita delle donne, né ha significato di fatto ancora una risoluzione delle discrepanze tra i generi o del conflitto tra i sessi. e a quanto pare prima ancora dei dati su differenziali salariali e tetti di cristallo, la prova ce l’abbiamo sotto gli occhi, si chiama “welfare a costo zero” e si chiama “conciliazione” (sei nata in Italia, sei una donna? allora produci-riproduci-pulisci-assisti e cura. inventati un modo, ma fallo).
infine. insieme alle lacrime, possono arrivare tantissime manifestazioni di solidarietà dopo vicende come questa di “una famiglia colpita dalla disgrazia”. ma raramente la solidarietà trova spazio prima che accadano, tutti i giorni, mentre siamo ancora vivi, nel corso delle nostre esistenze. è che mentre viviamo non siamo molto disposti a capire come salvarci insieme, a mettere in comune le nostre biografie. a dirla tutta, non ci sembra nemmeno sia il caso.
allora penso al dolore. che c’entra, direte voi? ecco, il dolore è una sensazione importante. ci dice cosa stiamo facendo, dove stiamo andando, ci dà la misura dei nostri confini. invece noi ci ingegniamo per ingoiare gocce di anestesie quotidiane. del resto abbiamo troppa fretta, troppo da fare, per far tornare i conti, quadrare i cerchi. e quando ci riusciamo ci sentiamo fortissimi, vincenti, coraggiosi.
il nostro è un pensiero addormentato, il dolore lo sentiamo sempre troppo tardi.
abbassiamo la soglia.