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Stanno tutti bene

giovedì, ottobre 27th, 2011

A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso.
Cesare Pavese, La luna e i falò

Guardo papà, un uomo buono, retto, giusto, sincero, onesto, fare fatica a scendere e salire dal letto. Vedo me stesso bambino sollevato come un fuscello dalle sue braccia, e vedo me stesso vecchio, vecchissimo, fare fatica a scendere e salire dal letto. Il padre e il figlio sono la medesima cosa.

L’altra sera a casa nostra c’è stata una sorta di riunione di famiglia, la parte cilena che è parte di me qui a condividere conoscenze di persone e fatti accaduti ben prima che io nascessi. Io non posso che ascoltare in silenzio, ammirato dalle gesta dei miei avi. Nella giustizia e nella rettitudine di nonno Giovanni ho ritrovato, tanti anni dopo, le radici del mio essere imprenditore; e poi forse il lavoro non mi bastava,

volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina,

per dirla (ancora) con Pavese. Ho cercato altre cose, ho cercato risposte che mi pareva di trovare e forse ho trovato ma quelle risposte, comunque, non bastano. Né basteranno. Luciano Erba:

Che io sia
nient’altro che una pietra
un Giovannino heartless?

Sono fragile e non mi dispiace confessarlo. Alla fine penso, con Richard Bach, che è tutta la gente del mondo l’unica cosa che conta. E io sono parte di questo universo che sta in piedi quasi per magia e come per miracolo; ma intanto va avanti.

Per quanto? Non si sa (e forse non importa), ma stanno tutti bene.

Insegnami a leggere

giovedì, ottobre 20th, 2011

Papà ha 82 anni, il diabete, cammina con molta fatica, porterà l’ossigeno per sempre e ha circa un decimo di vista per ciascun occhio. (Proprio lui che, sembra ieri, mi sollevava come un fuscello.)

Michela, mia figlia piccola, ha cinque anni.

Martedì ho portato papà ad una visita presso un ottico (a 400 metri da qui e devi già prendere l’auto eccetera: un vero viaggio). L’idea era (ed è) quella di acquistare un videoingranditore per permettergli nuovamente, dopo un paio d’anni, di leggere senza che ci sia qualcuno che gli debba esporre un articolo. (Avevi 17 anni, la guerra appena terminata, tuo padre morto da poco e un mondo completamente a terra, hai attraversato l’oceano e affrontato l’ignoto per cercare la tua strada; a 82 non dici nulla perché questo è il tuo carattere ma certo tanto piacere non fa, il fatto di non riuscire nemmeno a leggere i titoli più grandi di un giornale o di una rivista.)

Martedì Michela ha scritto la sua lista per Natale.

Papà ha provato un modello di videoingranditore portatile, ma era difficile da tenere, faceva fatica a seguire la riga e insomma non era adatto a lui. Poi l’ottico lo ha fatto sedere davanti ad un modello da tavolo, una sorta di lettore luminoso con un monitor da 17 pollici e lui ha iniziato a leggere. Gli occhi, seppure appannati a causa del diabete, gli si sono illuminati: finalmente leggeva di nuovo! Era felice al punto di non volere più smettere.

Michela, terminata la lista che aveva scritto con l’aiuto della mamma, viene da me tutta orgogliosa con quel foglio e vuole che lo legga. Aveva scritto la sua lista! E ne era – giustamente e visibilmente – compiaciuta.

Mi viene in mente Robert DeNiro in Lettere d’amore, quando dice a Jane Fonda: “Insegnami a leggere!” No, non è che lo dica: la implora. “Insegnami a leggere” è ciò che papà e mia figlia, ciascuno a modo suo, mi stanno chiedendo.

Con Michela è facile. Ma non ti preoccupare papà, questa la risolviamo.

Paure immaginarie

giovedì, giugno 30th, 2011

Roberta, mia figlia grande, doveva sottoporsi a un vaccino qualche giorno fa. Pianti perché aveva paura, non voleva farlo, no, no e no! (Ricordo le mie stesse ansie di preadolescente al pensiero dell’appuntamento col dentista e quegli enormi arnesi di dolore.)

Avresti avuto voglia a consolarla, non c’era verso. Ma è stata costretta a farlo. Risultato: non ha sentito nulla. Nessun dolore, nessun fastidio, nessun sintomo successivo.

Ricordo uno zio che parlava della paura del buio, e diceva che il buio non è nulla, non esiste. (L’uomo nero mi fa paura ancora adesso, ma mi rendo conto che penso al nulla.)

Torna indietro a piacere con la memoria, e fai l’elenco delle tue paure. Quali risultati hanno avuto? Quante volte si sono dissolte nel nulla?

E dunque?