Articoli taggati ‘lavoro’

Contraddizioni

giovedì, maggio 17th, 2012

Lui è un mio conoscente, una brava persona che non ha risorse economiche se non la sua forza lavoro.

Qualche mese fa ha perso il lavoro. Storie come tante, niente di nuovo in tutto questo.

Farebbe qualunque lavoro, ma non trova. E chi trova oggi, di grazia? Chi investe nel futuro degli altri?

Ora mi dice che ha trovato un lavoro per quindici giorni, e gli danno quattro [sic] euro l’ora: ogni minuto, infallibilmente, quasi sette centesimi vanno a rimpinguare il suo portafoglio.

Una persona di cinquant’anni che lavora per quattro euro l’ora.

Qui è tutto sbagliato, qui è tutto da rifare.

Quattro euro l’ora è un insulto, ma tu devi mangiare e accetti. Sei costretto ad accettare. Speri in tempi migliori, non hai tempo per la filosofia.

Quattro euro l’ora.

Ieri pomeriggio sono stato a Torino – un tempo abitudine quotidiana, ora ogni volta mi pare un vero viaggio – e il parcheggio costa due euro e mezzo l’ora.

In soldoni la società cosiddetta civile in cui vivo considera che la sosta di un auto valga più della metà del lavoro di un uomo.

È ovvio, evidente, lampante e non controvertibile che ciò è sbagliato. Completamente sbagliato. Vorrei che chi sorride della mia scelta dei monti mi spiegasse contraddizioni come queste. E attenzione: ciascuno di noi conosce qualcuno che lavora per quattro euro l’ora, non è un caso isolato.

Poi dice che uno si rifugia sui monti.

Il lavoro, se ben organizzato

giovedì, maggio 10th, 2012

Il lavoro, se ben organizzato, non è poi quella cosa spaventosa che si dice. Non succhia il nostro sangue, non pretende la nostra attenzione indivisa e continua. Non ci divora.

Il lavoro, se ben organizzato, è una parte normale e naturale delle nostre vite. Ci gratifica e anche ci santifica, volendo, ma non ci definisce. In quanto strumento, permette di esprimere i nostri talenti: ma è uno strumento al pari di altri, non è in primo piano né in primo luogo.

Il lavoro ben organizzato è divertente – anche nel senso pascaliano del termine – e fa passare il tempo. Ci mantiene e ci fa mantenere la famiglia che abbiamo la fortuna di avere.

Il lavoro è questo. Non è un mostro, non è alienante, non è una ghigliottina.

(Se organizzato bene, chiaramente.)

Fare pace con la posta elettronica

giovedì, novembre 10th, 2011

A riguardo della posta elettronica c’è un piccolo trucco, che io uso da anni e che trovo straordinariamente efficace nella sua semplicità:

Svuota completamente la tua casella di posta in arrivo ogni sera.

“Eh, ma come?” “No, non è possibile!” Eccetera. Sento già i commenti di chi ha nel proprio programma venti, duecento o duemila messaggi.

C’è un fatto, però. La Posta in arrivo è un luogo di passaggio: essendo un luogo (sia pure metaforico) dove trascorriamo molto tempo, ogni messaggio che rimane lì più del dovuto significa tempo in più per l’attenzione che richiede, per il fatto di dover riprendere il filo di una questione a distanza di tempo, perché non è necessario. Tempo prezioso sottratto ad altri preziosissimi compiti.

Ci sono cose più importanti che fare l’esegesi dei messaggi in arrivo. La vita media di una mail è breve, brevissima. Allora quel che io considero di un’efficacia cartesiana e illuminante è proprio questo: allontanarsi dal computer ogni sera avendo la casella di posta in arrivo completamente vuota. Di più, per me è talmente un’abitudine che faccio così ogni volta che mi allontano dalla scrivania.

Non morirà nessuno. E funziona a meraviglia. Provate, provate…

Tempo, vita e lavoro

giovedì, ottobre 13th, 2011

“Ma io dove trovo il tempo di progettare la mia vita oltre il lavoro?”

È un commento tra tanti ad un post di Simone Perotti. L’ho sentito mille volte quel commento, in tutte le declinazioni e i casi possibili.

“Eh, beato te che puoi permettertelo…”

“Ma dimmi come faccio, con una moglie e un figlio da mantenere…”

“Vorrei, certo, ma il lavoro mi prende così tanto…”

Be’, sai che cosa c’è? Io il tempo l’ho trovato, io il tempo ce l’ho, io il tempo non lo ammazzo, io lo tengo vivo, me lo tengo ben stretto, me lo tengo per me e per chi vuole starmi accanto. E chi non vuole… ma chissenefrega! :-)

La spiaggia, o dell’ozio creativo

giovedì, luglio 7th, 2011

È estremamente importante che tu possa disporre di un tempo continuo – diciamo almeno tre settimane all’anno (ho detto almeno) – per stare lontano dal lavoro, in maniera da ragionarci sopra a mente lucida e senza le preoccupazioni giornaliere che rendono molto difficile pensare strategie perché si è troppo occupati a badare alle urgenze e alla quotidianità.

(Ma se sei troppo occupato a inseguire le urgenze per curarti delle cose che ti importano davvero, la soluzione è semplice: smetti di pensare alle urgenze. Tutto lì.)

È chiaro che oggi non è pensabile poter stare per un tempo così lungo lontani dal computer: semplicemente non è possibile. Questo non significa però che le urgenze debbano avere la meglio sui progetti importanti o più in generale sulle priorità.

E la spiaggia è una metafora perfetta della pianificazione a lungo termine della propria vita. Che cosa vuoi davvero? Rispondere allo sfinimento all’ultima mail (e l’ultima mail non è mai, per definizione, l’ultima) oppure cose ed esperienze di sostanza? Immergerti nell’ennesimo progetto noioso da cui non imparerai nulla oppure qualcosa che sia per te e per te solo?

Un fine settimana ogni tanto non è sufficiente. Ricarichi le pile ma ritorni al consueto, non vai oltre.

La spiaggia, da solo, un tardo pomeriggio tranquillo, tu, una biro e un foglio di carta. Non occorre null’altro.

Smart work vs. hard work

giovedì, maggio 19th, 2011

Parte della mia famiglia ha radici contadine, e io sono cresciuto in mezzo a racconti di fatica, sudori e giornate senza tregua. In tutto ciò, che ormai per me fa parte della mia personale mitologia (proprio perché mi è giunto insieme al latte materno), la soddisfazione ricavata dal lavoro non entrava in gioco. Il lavoro si faceva, e tanto, perché così bisognava fare: non c’era altra via.

Ti suona vagamente familiare?

Ma oggi le cose non stanno più così: soprattutto perché la tecnologia, se usata nella maniera corretta, ci viene in soccorso e ci permette di lavorare di meno e in maniera molto più efficace. Il vantaggio evidente è la liberazione del proprio tempo: più tempo per la famiglia, per fare le cose che ci piacciono, per aiutare gli altri, per cercare un significato più completo per la nostra esistenza e così via.

Occorre a questo proposito anche considerare la legge di Parkinson:

Il lavoro dura sempre quel tanto che è necessario a colmare il tempo disponibile per compierlo.

Ovvero: se abbiamo un giorno per portare a termine un progetto, impiegheremo tutto il giorno; se disponiamo solo di mezza giornata, quasi per incanto il progetto sarà completato in mezza giornata; se abbiamo solo un’ora, magicamente completeremo il lavoro in una sola ora. Come? Concentrandoci sugli aspetti essenziali e lasciando andare tutti i dettagli inutili. L’aspetto interessante e significativo di questa legge è che la qualità finale del progetto in genere non risente del tempo impiegato, ovvero impiegare il doppio del tempo per portare a termine un lavoro non è garanzia di un risultato migliore.

Inoltre: essere davvero produttivi è molto meglio che essere impegnati. Per cosa usi i tuoi talenti, alla fine della fiera: per fare le fatture? Come se essere occupati fosse in qualche modo misura del successo. E se la nostra attenzione non è focalizzata su ciò che stiamo facendo in questo preciso momento, di sicuro abbiamo un problema.

L’efficacia, in una parola, è enormemente più redditizia – e divertente – che l’efficienza: svolgere bene un compito trascurabile non lo renderà importante, mentre concentrarsi sulle cose importanti per portarle a compimento in fretta e bene è uno dei passaporti per il benessere a lungo termine.

Il lavoro, secondo me

venerdì, maggio 6th, 2011

Io sono fortunato.

A dirla tutta, io sono un ragazzo molto fortunato.

Cominciamo da capo. Avevo 27 anni, ero appena laureato. Giulio Einaudi e Norberto Bobbio, il primo per lettera e il secondo per telefono, mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Cesare Pavese, che sarebbero stati il mio sbocco lavorativo naturale. Ma litterae non dant panem, si sa. Un giorno, per caso, alla Camera di Commercio di Torino mi imbattei in un dischetto – un floppy disk, scommetto che la maggior parte dei lettori non ne ha mai visto uno – contenente una lista di aziende piemontesi.

Mandai una lettera, offrii un servizio. Iniziai a lavorare, creai un’azienda. Per quindici anni ho lavorato come un matto, dalla mattina alla sera. Perché era giusto così, perché dovevo farmi una posizione, creare una famiglia, mantenere dei figli (delle figlie, nel mio caso; ma tant’è).

Poi, ad un certo punto è successo qualcosa. Ho passato i quarant’anni, segnatamente. Quarant’anni sono un traguardo importante. È tempo di bilanci, si cominciano a tirare i remi in barca. Vedi la fine del tuo tempo, capisci che non sei immortale, che non sarai qui per sempre.

Insomma ti devi dare una mossa. (continua…)

Meno lavoro = più felicità

giovedì, aprile 28th, 2011

Lo scopo del lavoro è – dovrebbe essere, almeno (ahimè, non per tutti è così) – quello di liberare il tempo (e la tecnologia è di grande aiuto in questo) e quindi di permetterci di dedicarci a compiti più importanti e significativi.

 

Anche Tim Ferriss, in Quattro ore alla settimana. Ricchi e felici lavorando dieci volte meno (pagina 33), sostiene che occorre

evitare di lavorare per amore del lavoro e fare il minimo necessario per il massimo effetto.

Naturalmente sono molte le tecniche che si possono applicare, ma il fine ultimo è sempre il medesimo: dedicare meno tempo al lavoro per dedicare più tempo a noi stessi per avere più felicità. (E noi siamo i soli arbitri di noi stessi in questo.)

Segnalo un articolo pubblicato sull’ultimo “Inc.”, che parlando d’altro dà alcuni suggerimenti sul tema.

I try to respond to most things immediately. It’s something I learned from one of my graduate advisers. You’d e-mail him and he’d immediately reply, because, he said, ‘If I don’t, I’m spending my time twice. Once when I see the e-mail, and again when I reply to it later on. And then in between, it’s occupying mental space.’

Case in point: è inutile – peggio: dannoso – avere la casella di posta piena di messaggi cui si risponderà prima o poi. Personalmente mi sono dato da tempo una regola in tal senso, che seguo scrupolosamente e che mi evita un sacco di perdite di tempo: svuotare completamente la mia casella di posta in arrivo ogni sera.

I never answer the phone [...]. I hate receiving random phone calls. I prefer to start a conversation by e-mail and then jump on the phone once I know what the conversation is about. Our office manager checks my voice mail messages for me when she comes in twice a week to stock supplies. She lets me know if any messages are important. People who know me well call my cell phone, which I do answer.

Sono d’accordo, e trovo il principio molto interessante: le conversazioni hanno inizio online, e poi se ritieni che la cosa sia interessante si passa al telefono. Ma una telefonata a freddo quasi sempre interrompe il flusso dei pensieri, lo devia e in sostanza porta a un consumo di tempo non giustificato.

I get a bit tired of the constant ‘why aren’t there more women in tech?’ conversation.

È la vecchia storia di chi non ha risposte e le cerca fuori di sé. Ma tutto avviene dentro di noi. Le cose esistono oppure non esistono solamente dentro di noi. O, per dirla con Primo Levi, occorre non rimanere come coloro che lui definisce ‘profani’, ovvero

coloro che si attardano a giocare davanti alle porte del tempio invece di penetrarvi.

Il tempio è davanti a noi. Non rimane che rompere gli indugi.

Scrivere di felicità

lunedì, aprile 18th, 2011

Compito improbo, quello che ho accettato sulle ali dell’entusiasmo (e con un bel po’ di incoscienza) da Daniel: tenere un blog qui. Improbo per l’impegno che comporterà, ma non mi spaventa. Io sono pronto.

Anche se scrivere è la mia gioia e la mia pena, la mia passione e il mio mestiere, ho capito molto tardi di essere uno scrittore. (Sono lento in tutto, lo so; ma a mia discolpa cito quel proverbio cinese che dice: chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva.) E che cosa fa uno scrittore? Non dice che scriverà, ma semplicemente scrive. Lo illustra bene Chris Guillebeau:

I don’t claim to be an expert, but I’ve been writing 1,000 words a day almost every day for the past 120 weeks. That’s the most important tip of all—to be a writer, start writing. You’ll figure out a lot of things along the way.

E vediamo anche che cosa ne pensa Seth Godin:

The hard part, as you can guess, is the first 2,500 posts. After that, momentum really starts to build.

(continua…)