Gli anni sono brevi

pubblicato il 8 marzo 2012 da Gianni Davico

Temo quel momento.

Michela ha quasi sei anni, e tra pochi mesi la scuola materna sarà solo un ricordo. Piacevole, magico e splendido – ma appartenente al passato. Sarà tempo di passare oltre.

Ieri ho ascoltato questa canzone. So che è scritta per altri motivi, ma mi hanno colpito queste parole:

Considerare che sei la ragione per cui io vivo,

perché le ho riferite al bene più prezioso che ho, alle figlie che abbiamo la fortuna di avere.

E poi ho collegato tutto ciò a questo sito:

Then suddenly it hit me.
This bus ride was it.
[...] This was life itself.

Queste semplici parole sono alla radice del mio libro, e di tanti pensieri che ho.

O, per dirla con Angelo Manzoni (“angelo di sangue”):

sapendo che respirerai
vedendoti così
anche per me
angelo di sangue
si accetta sai
più concretamente
di dover morire
da oggi e sempre

Paesaggire a Buggio

pubblicato il 1 marzo 2012 da Gianni Davico

Buggio, frazione del comune di Pigna, in provincia di Imperia, è un paesino a una mezzoretta dal mare dove non ci passi per caso, ci devi proprio andare a bella posta. Sì, perché durante la seconda guerra mondiale c’era il progetto di costruire una strada che attraversasse le montagne verso la valle del Roya, a difesa dei nostri confini; ma poi la guerra finì e della strada rimasero solo i primi tornanti.

Fa parte di quella “Liguria del silenzio” da scoprire andando piano, magari sbagliando strada, comunque con l’idea di restare fuori dalle vie principali di comunicazione. (D’inverno è certamente più semplice.)

Ho pensato anche al Diavolo sulle colline di Pavese:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

Ho parlato con qualche anziano del paese. Qualcuno vorrebbe un bar come luogo di ritrovo per queste persone che “aspettano, / e non sanno che cosa”, per dirla con Quasimodo; tutti hanno lo sguardo rivolto al loro passato, com’è logico (e forse non giusto).

Qui ho pensato a Marco Paolini, e soprattutto al suo paesaggire, per usare un termine a lui caro (il neologismo è da attribuire al poeta Andrea Zanzotto recentemente scomparso).

Paesaggire, ovvero “imparare a leggere in quello che ci sta intorno i segni di ciò che è stato e di quel che sta arrivando”: questo è importante. Così come è importante andare a zonzo, senza fretta, osservare le case e le piazze di questo come di altri paesi, ascoltare chi in quei paesi vive e respira.

La casa che vorrei

pubblicato il 23 febbraio 2012 da Gianni Davico

Avevo un’idea vaga di che cosa fosse il cohousing, ma l’ho inteso meglio grazie ad una segnalazione sulla newsletter curata dal nostro direttore Daniel Tarozzi.

L’articolo segnalato è qui. L’idea del recupero di una casa che giaceva in stato di abbandono per l’utilizzo da parte di più famiglie mi piace molto. E a ben vedere la mia idea relativamente alle montagne non è molto diversa: penso che ripopolare una zona semiabbandonata non è solo possibile, ma anche pregno di significato, conveniente da un punto di vista economico e fonte di soddisfazioni future. (Occorre superare molte barriere psicologiche che sono dentro di noi, e questo è certamente l’aspetto più difficile.)

Ma insomma a Ferrara otto famiglie “normalissime, [...] che fanno lavori normalissimi” si sono consorziate per andare verso questo progetto ammirevole.

L’associazione Solidaria crede che il futuro abitare sarà in immobili costruiti o ristrutturati secondo i canoni del risparmio energetico e della bioedilizia, economici da gestire e sani.

Forse c’è un pizzico di sogno in questa visione – ma senza sogni come potremmo migliorare le nostre vite? Come esisterebbe il progresso? E comunque nel mio piccolo questo è esattamente quel che vedo accadere nel mio angolo di montagna. (Non voglio andare a vivere in montagna perché la mia cittadina mi pesa, voglio andare in montagna perché là sono felice.)

Insomma, da questo punto di vista, si ritorna indietro. Bene, le crisi servono soprattutto a fare pulizia, a ripensare le nostre vite dalle fondamenta. Ben venga questo progetto.

Qui c’è la descrizione ampia del progetto. Ma vedo già accadere fenomeni simili: magari meno strutturati, magari più in sordina ma questa è una tendenza significativa, che non si può non pensare prendere sempre più piede negli anni. Perché gli alloggi da 65 metri quadri in condominio con le stanze da 12 metri quadri sono una sofferenza cui non siamo costretti a sottostare per sempre e comunque. Non sono credente, ma qui cadono a proposito le parole di Attilio Bertolucci (Riconciliazione):

Iddio non ci vuole dannare.
Vuole da noi una spontanea
e totale e dolce riconciliazione.

Sentiero Umano di Solidarietà Ambientale

pubblicato il 16 febbraio 2012 da Gianni Davico

 

Sentiero Umano di Solidarietà Ambientale

Ho parlato qui spesso delle “mie” montagne (più “in prestito d’uso” che “mie”, in realtà: mi impegno a riconsegnarle alla generazione dopo di me in uno stato almeno un po’ migliore rispetto a come le ho trovate). Ora, grazie all’amico Alberto Guggino, dalla cui semplicità e ostinata pazienza imparo anche senza rendermene conto, mi sono imbattuto in questo progetto, che a un tempo mi fa pensare alle montagne, ai nostri figli, all’armonia con la natura e alla giustizia.

L’idea – folle: ma aut insanit homo aut versus facit, e poi senza follia come potremmo progredire? – è di creare una catena umana lunga 50 chilometri, dal centro di Torino fino a Susa, per tre minuti in un giorno ancora da stabilire. Le centomila mani – che sanno di pane – saranno figura, nel senso auerbachiano del termine, della riconciliazione – oggi non più procrastinabile – dell’uomo, di noi, con l’ambiente.

Perché questo progetto? Lo spiega il sito:

perché se la terra della Valle non respira, soffoca la città con tutti i suoi abitanti.

Preservare la terra. Preservare anche una terra che rischia di essere snaturata (appunto) dalla logica del denaro. Il denaro non ha colore, si sa: ma mi piace immaginare l’ambiente (e tutto ciò che compone il mio mondo) non come qualcosa che ho ricevuto da chi è venuto prima di me, ma che chi viene dopo – le mie figlie, nel mio caso – mi ha solo dato in prestito. In custodia, da trattare con cautela e cura e restituire al termine dell’uso.

Gli ideatori di questo progetto meritano tutta la nostra ammirazione e la nostra stima. È un progetto complesso, temerario, meraviglioso. E avrà successo, perché la terra è di tutti.

La civiltà dell'immagine

pubblicato il 9 febbraio 2012 da Gianni Davico

Una delle mie (tante) fortune nel mondo lavorativo è stata il fatto che grossomodo nel momento in cui ho cominciato a lavorare il Web ha fatto il suo ingresso dirompente sul pianeta terra. E il Web di allora – la metà degli anni Novanta – voleva dire, per il lavoro, sostanzialmente una cosa sola: l’email. Di conseguenza chi sapeva scrivere bene aveva dei vantaggi non da poco.

(Ricordo una telefonata lasciata sulla nostra segreteria, da parte di un cliente che non riusciva a mandare un’email: “Forse avete l’email staccato…”)

Io sapevo scrivere bene, ho sfruttato questa mia dote. Sono capitato nel momento giusto al posto giusto. È stato un classico Cigno nero.

Ora però, quel vantaggio va scemando a favore delle immagini e dei filmati. Lo si vede da mille segni, ovviamente, ma a me è stato chiaro soprattutto tramite Facebook, dove è tutta una foto e un filmato. E lì io sono tutt’altro che forte.

Un vantaggio ce l’ho ancora, ed è avere Italo Calvino dalla mia parte (cito a memoria, non sono riuscito a trovare la citazione originale):

Come osi paragonare un film alla parola scritta?

E poi c’è il fatto del creare dei contenuti originali e non semplicemente del linkare a qualcosa fatto da altri. Due vantaggi allora, a ben vedere.

Ma il vantaggio fondamentale, al di là del lavoro, è nel pensiero: la parola scritta aiuta ad organizzare e strutturare i pensieri e non ha succedanei.

Tre vantaggi, quindi. Dunque vado avanti con quel che ho, mi tengo ben strette le mie doti di scrittura.

Giovani Genitori

pubblicato il 2 febbraio 2012 da Gianni Davico

Questa è una bella rivista. La seguo da quando è nata, ha accompagnato me, mia moglie e le nostre figlie nella crescita. Ho ammirato, all’epoca, il coraggio imprenditoriale di chi ha creato una rivista in un mondo che non legge né riflette più, ma guarda e passa.

È focalizzata sul Piemonte (il che esclude una buona parte dei lettori potenziali, ma ars longa vita brevis, si sa).

Una rivista che parla delle cose di tutti i giorni, dei problemi dell’essere genitori, che parla di come vorremmo essere con i nostri figli e di come siamo, e guarda con tenera comprensione alla distanza che separa i due punti. Sorride benevolmente di noi genitori.

Ha iniziative, novità. È intelligente e non omologata. Usa una licenza Creative Commons.

Come tutte le cose passa nella vita – il mese prossimo scadrà il mio abbonamento e, a figlie crescenti a rapidi passi, non penso lo rinnoverò –; ma mi ha accompagnato per un bel tratto del mio essere papà e gliene sono grato.

Ramón Ángel Jara Ruz, Retrato de una Madre

pubblicato il 26 gennaio 2012 da Gianni Davico

Hay una mujer que tiene algo de Dios por la inmensidad de su amor y mucho del ángel por la incansable solicitud de sus cuidados.

Una mujer que siendo joven tiene la reflexión de una anciana y en la vejez trabaja con el vigor de la juventud.

Una mujer que si es ignorante descubre los secretos de la vida con más acierto que un sabio y si es instruida se acomoda a la simplicidad de los niños.

Una mujer que siendo pobre se satisface con la felicidad de los que ama y siendo rica daría con gusto su tesoro por no sufrir en su corazón la herida de la ingratitud.

Una mujer que siendo vigorosa se estremece con el vagido de un niño y siendo débil se reviste a veces con la bravura del león.

Una mujer que mientras vive no sabemos estimar porque a su lado todos los dolores se olvidan, pero después de muerta daríamos todo lo que somos y todo lo que tenemos por mirarla de nuevo un solo instante, por recibir de ella un solo abrazo, por escuchar un solo acento de sus labios.

De esa mujer no me exijáis el nombre si no queréis que empape con lágrimas vuestro album porque ya la vi pasar en mi camino.

Cuando crezcan vuestros hijos leedles esta página y ellos, cubriendo de besos vuestra frente, os dirán que un humilde viajero, en pago del suntuoso hospedaje recibido, ha dejado aquí para vos y para ellos un boceto del retrato de su Madre.

Il marketing del downshifting

pubblicato il 19 gennaio 2012 da Gianni Davico

L’ultimo post di Simone Perotti prende spunto da un commento di un lettore sulla sua pagina FB. Il succo del discorso è: è lecito che si utilizzino (tra gli altri) gli strumenti del social networking per promuovere quello che si fa, soprattutto se a farlo è qualcuno che di Seneca, del vivere nascosti e lontani dal mondo, ha fatto una delle sue bandiere?

La risposta breve, per mio conto, è sì.

La risposta lunga richiede un ragionamento. Io, nel mio piccolo, faccio cose simili. Ovvero: ho un progetto di vita simile. No, non sono famoso ma sono felice e questo mi basta, ho scoperto che posso fare quello che mi piace nello stesso tempo mantenendo una famiglia, per me è sufficiente.

(Questa notte pensavo alle carriere, alle giornate lavorative di 16 ore, al brivido del potere… no, tutte cose che non fanno per me. Non più, almeno.)

No, non ho ricette segrete ma conosco qualche trucco, più o meno è tutto qui. Parlo volentieri con chi vuole parlare con me ed è disposto a mettersi in discussione, a ragionare, a riflettere.

Sì, sono vanitoso e vorrei sempre che mi dicessero bravo, molto più di quanto accade. Anche a me ogni tanto dicono che dovrei smetterla di parlare del mio rifugio sui monti, di quanto è bello passare del tempo al golf e così via. Ma questa è la mia vita, la mia vanità va di pari passo col servizio – modesto, per carità – che rendo ai miei venticinque lettori.

È come quando… è come per l’imprenditore: l’imprenditore investe un capitale di rischio e il suo tempo lavorativo in un’impresa con lo scopo di ricavarne dei frutti: quindi persegue il proprio interesse ma in questa maniera dà del lavoro a delle persone, ovvero contribuisce a far muovere l’economia. L’una e l’altra cosa vanno a braccetto e non potrebbero esistere singolarmente prese.

Mi piacerebbe che Simone Perotti facesse un marketing solo tarato sui miei bisogni? Ovviamente no! Posso non essere d’accordo con alcune sue idee ma trovo comunque positivo il fatto che si rivolga a me – al suo pubblico – esponendo la sua merce, ovvero i suoi libri e le sue idee.

E se non mi piace smetterò di seguirlo, non cascherà il mondo. Posso scegliere. Ma quei commenti che sono figli dell’invidia non li trovo positivi, che cosa aggiungono al nostro sapere?

Cortese superiore

pubblicato il 12 gennaio 2012 da Gianni Davico

La Piatta – la mia seconda casa di fatto, la mia prima nell’animo – si presenta così:

Ma, se non fosse per il nostro padrone di casa, persona che ha sempre vissuto qui e ama e difende questi boschi e queste montagne perché compongono la sua essenza, si presenterebbe così:


Il Cortese superiore (Cortes, come dicono qui, dove la o si legge come la u italiana) è un gruppo di case ormai abbandonate. Le ultime persone che vivevano qui sono andate via nei primi anni Settanta del secolo scorso (sabato scorso, visitando queste mura diroccate, ho trovato un brandello di calendario del 1973 che parlava da sé). Oggi ci trovi anche un cartello “Vendesi” ma io mi chiedo chi vorrebbe mai, anche gratuitamente, caricarsi di un fardello di legna verde come questo?

Ad ogni modo ho visitato questo luogo, che si trova a 23 minuti di cammino dal mio “nido”, con il rispetto che si deve al nostro passato, come se fosse un antico maniero carico di storia (come in effetti è, sia pure quella con la s minuscola), come se fosse l’imponente castello di Montemale di Cuneo. Mi sovvengono le parole di Bernardo di Chartres:

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, ed è per questo che possiamo vedere un po’ più lontano rispetto ai nostri avi.

Mentre ero accanto e dentro a quelle mura ho pensato a chi è nato lì, a chi ha vissuto lì, a chi lì è morto. Alle sofferenze patite, alle piccole gioie, al lavoro, alle feste, al ritmo della vita grama di allora. Persone che non ho conosciuto mai, persone che forse qualcuno oggi – pochi – ricorderà ancora. Persone che sono poco più di un nome e una croce in un cimitero.

Un piccolo mondo che è finito per sempre. E meno male, per tanti aspetti; però mi sarebbe piaciuto poter parlare per un momento con quelle persone, tributare loro il rispetto che avrebbero meritato, ringraziarle per essere passate per queste valli, per aver lasciato piccoli segni del loro passaggio.

E casa nostra! Casa nostra sarebbe oggi esattamente così se non fosse per il nostro padrone di casa, un moderno custode del tempo che fu. Invece è un “nido” per una famiglia, un luogo di partenze e di ritorni, un luogo dell’anima, un luogo della felicità e del pensiero. No, decisamente non sono cose piccole.

Fuochi in dicembre

pubblicato il 5 gennaio 2012 da Gianni Davico

La sera del 31 dicembre a mezzanotte ci sono stati, come di consueto, gli augurali fuochi artificiali: per divertimento, per tradizione, per confidare in un nuovo anno migliore di quello appena passato. Niente di nuovo fino a qui.

Ma sono durati molto poco – o, almeno, questa è l’impressione che ho avuto io. Rispetto ai miei ricordi degli anni precedenti, dove continuavano per un bel po’, dopo mezz’ora era finito tutto. E anche i giorni prima i fuochi si sono sentiti pochissimo; lo stesso nei giorni seguenti.

È vero che ci sono stati regolamenti e ordinanze, divieti e sequestri che hanno rallentato la vendita e l’uso, ma io ho interpretato questa differenza – assolutamente evidente ai miei occhi – come segno della crisi generale, o più specificatamente della sfiducia nell’avvenire che ci attanaglia.

Ora ogni singolo euro conta, ora si fa attenzione a tutte le spese e in generale non c’è troppa voglia di fare festa.

Eppure… eppure è iniziato un anno nuovo ma il primo gennaio è anche “solo” il giorno dopo il 31 dicembre. Siamo sempre noi, ed è sempre tempo di progettare e di fare – di fare soprattutto, di non lasciare che i progetti durino un giorno e poi ritornino nel campo dei sogni impossibili.

Insomma i fuochi, quest’anno, sono durati poco. Ma dentro di noi abbiamo ancora tutte le risorse per fare e costruire. Dureranno? Serviranno? Dipende solo da noi.