Molti di quelli che hanno visitato la città dopo il terremoto mi avevano detto “fino a che non vai, non capisci”. In effetti è così. Solo girando per ore in lungo e in largo e facendo quello che gli aquilani chiamano “turismo delle macerie” ti rendi conto delle dimensioni del problema.
Non è un terremoto come gli altri che abbiamo visto, qui la somma dei danni crea una sorta di rebus insolubile che ti fa venire il mal di testa. Gabriella è stata il mio Virgilio in questo viaggio nel surreale del dopo sisma. Mi ha pazientemente accompagnato a vedere i quartieri periferici vuoti, il gigantesco centro storico deserto e spettrale, le new towns necessarie e sconcertanti, i centri commerciali che ora fungono da luogo di aggregazione.
Se ne esce frastornati, perplessi. Si fa fatica a ricapitolare dividendo ciò che è stato fatto da ciò che si poteva fare in modo netto e assoluto.
L’Aquila che non c’è
Alla fine una cosa è certa: è rimasto ben poco della città che c’era. Non solo dal punto di vista strutturale, ma anche da quello sociale. La cittadinanza è stata distribuita, sparpagliata nei nuovi insediamenti che radunano migliaia di persone senza prevedere alcun tipo di servizio, alcuna idea di socializzazione sul posto. Niente piazze, negozi, giardinetti, sale sociali.
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